“Bambini e Musei. Cittadini a regola d’Arte”, intervista all'ideatore del progetto Luigi Filadoro

2 Dicembre 2020 Redazione A&S 1233

Nella foto: l'artista Luigi Filadoro, ideatore del progetto "Bambini e Musei. Cittadini a regola d’Arte”.

L'artista Luigi Filadoro, fondatore e presidente dell’Associazione Culturale Étant Donnés, è ideatore del progetto "Bambini e Musei. Cittadini a regola d’Arte", progetto didattico-laboratoriale per lo studio dell’arte contemporanea. Attivo da diversi anni sul territorio campano ha saputo coinvolgere, con successo, tantissimi alunni, istituzioni culturali e naturalmente musei. L’arte come visione polisemica del mondo, come linguaggio necessario per comunicare e dialogare con l’Altro e con le diverse realtà dell’esistenza, orizzonte di conoscenza, stile di vita. Questi i presupposti dai quali prende avvio l’esperienza progettuale che ha alimentato un felice connubio fra diverse soggettività le quali, collaborando ognuna nel proprio ruolo identitario, hanno agito insieme e indicato una strada didattica partecipativa innovativa, vissuta con forte senso etico e civile. Il prossimo anno inaugurerà a Napoli la mostra “Estremo” e per saperne di più lo abbiamo incontrato.

Il 4 ed il 5 Aprile 2021 inaugurerai una mostra presso il complesso di San Domenico Maggiore dal titolo "Estremo", un laboratorio didattico su Vincent Van Gogh e in particolare sull’episodio del ‘taglio dell’orecchio’, un progetto nato con la collaborazione dell’ISIS Archimede e l’Università. Vuoi anticiparci qualcosa?

Ospitata nella Sala della Biblioteca del Complesso, sarà un’installazione, un’opera multimediale realizzata con materiali differenti, anche audiovisivi, ma soprattutto un’opera “aperta” e partecipata sia dai ragazzi dell’Istituto Archimede che dagli allievi del Master in Comunicazione del Patrimonio Culturale dell’Università “Federico II” di Napoli e del corso di Psicologia dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. L’episodio biografico della resezione auricolare di Vincent Van Gogh è un pretesto per un approfondimento sul mondo dell’arte e sul valore del talento come impegno e autodeterminazione nella società attuale. È un gesto altamente simbolico poiché pone la questione del valore e del ruolo sociale dell’artista e in generale della dimensione creativa nella società moderna, il più delle volte interessata solo al profitto e all’accumulo. E pone anche, in maniera trasversale, una riflessione sul senso di impotenza e di incertezza che porta molto spesso gli adolescenti ad alienarsi dal mondo e a percepirlo come minaccia e ostacolo alla realizzazione del loro progetto esistenziale. Questa dimensione formativa e pedagogico-sociale, insieme a quella più segnatamente artistica e creativa, è l’antefatto dei laboratori e dei seminari universitari che impegneranno gli studenti e accompagneranno la mostra. I ragazzi parteciperanno attivamente alla realizzazione delle opere in laboratorio e seguiranno tutte le fasi di realizzazione, compreso l’allestimento degli spazi e la realizzazione degli elementi comunicativi e promozionali previsti, come approfondimento di competenze relative all’indirizzo specifico di studio.

Il tuo progetto “Bambini e Musei. Cittadini a regola d’Arte” da quanti anni è in cantiere?

Bambini e Musei, in fondo, è sempre stato l’antefatto, l’obiettivo generale di tutte le iniziative realizzate attraverso l’Associazione Culturale Étant Donnés. Sin dall’inizio ho cercato di attivare un dispositivo efficace per familiarizzare i bambini e i ragazzi ai linguaggi dell’arte e al patrimonio culturale. Nella forma che porto avanti dal 2016, è un progetto nato quasi “casualmente”. Progettavo un percorso per l’inclusione di bambini disabili attraverso attività laboratoriali ed ero alla ricerca di un “inciampo”, di un elemento “destabilizzatore” che potesse stimolare nei bambini strategie di adattamento a situazioni impreviste e soprattutto un maggior senso di “protezione” nei confronti dei compagni più fragili. L’aula museale mi offrì la soluzione: modificando i tempi e i luoghi di una tradizionale visita al museo (di solito si svolge in gruppo attraverso le collezioni, con una guida che “racconta” le opere e poi ci si trasferisce in aule adibite alla didattica per svolgere un laboratorio dove si ricreano le dinamiche e l’atmosfera familiare dell’aula scolastica) pensai di far lavorare i bambini direttamente nelle sale espositive, introducendo la pratica di disegno “dal vero”. Sottraendola però a qualsiasi istanza “realistica”, ma piuttosto proiettata in una dimensione di “copia” come segno che ripercorre e intuisce i segreti e la misura della “bellezza”. Chiaramente ogni elemento di novità veicola sempre un quoziente di ostilità, e mi sono trovato spesso a difendere le ragioni didattiche che sottendevano la fruizione degli spazi museali in questo modo. Per questo oggi sorrido quando vedo alcuni musei che vogliono “rappresentare” la didattica pubblicando foto di bambini a contatto con le opere e che disegnano nelle sale… ma sono altrettanto contento se questo ha contribuito ad offrire possibilità di formazione più affascinanti e interessanti per ampliare l’immaginario dei piccoli! Si spera solo che non diventi “maniera” e che gli operatori siano seri e preparati a sostenere processi didattici complessi.

Da cosa parte l’intuizione iniziale?

Cercavo un metodo più coinvolgente per annullare la distanza “frontale” e mediata dalla parola per conoscere le opere, e questo “accadimento” mi pareva molto efficace e denso di contenuti didattici. Avevo anche presente la fascinazione di questo spazio “intimo” con le opere quando da studente di Liceo Artistico si andava a disegnare nei musei, indifferenti e accanto ai percorsi dei visitatori. Lo sguardo di una statua o la composizione di un quadro accadevano lì, erano “urgenze” da capire! Offerta ai bambini, questa modalità di sembrava formativa per la possibilità di affermare il “loro” punto di vista, la “loro” progettualità all’interno di una quotidianità e di una rete di relazioni. Insomma un momento di crescita individuale oltre che di accrescimento delle questioni artistiche da cui si partiva.

Il momento importante che ti ha permesso di compiere il ‘salto di qualità’?

Non saprei individuare un momento preciso; sicuramente la percezione dei limiti dei processi didattici e di come la scuola li pensa e li organizza mi ha spinto a proiettarmi sin dall’inizio in una dimensione culturale, e questa è la qualità a cui ho sempre puntato. L’incontro con la casa editrice Il Mondo di Suk mi ha dato certamente la possibilità di realizzare questa dimensione con maggior efficacia e sistematicità. Si tratta di una stima lunga trent’anni e la collaborazione si basa soprattutto sulla condivisione del valore dell’espressione e della creatività dei bambini come elemento sociale irrinunciabile e istitutivo per il futuro.

La parola ‘cittadini’ mi è particolarmente cara, per il senso di responsabilità a cui richiama; vuoi chiarire il significato che ha per te?

Cittadino è principalmente un soggetto di relazioni, soggetto che sta in una rete di vincoli e significati complessi; l’etimologia lo contrappone a contadino, all’abitante del contado dedito alla vita lavorativa dei campi, distante dalla densità. La città e la densità sono luoghi ovviamente qui metaforicamente intesi, non come espressioni geografiche, ma come spazi che guardano al mondo intero. E l’arte è linguaggio che parla del mondo intero: nell’arte si ritrovano gli ambiti più disparati e gli artisti hanno sempre incluso questa complessità nelle loro poetiche. Perciò, come strumento educativo, la regola dell’arte è formidabile e offre un punto di vista non stereotipato. E soprattutto nei tempi che viviamo, dove l’informazione circola contraddittoria e caotica, può aiutare a ordinare e disciplinare i saperi.

Quale è stata una delle soddisfazioni più grandi?

Qualche anno fa, durante un lungo laboratorio su Joseph Beuys in numerose scuole, poi culminato nella mostra "Assemblaggi creativi" al Museo Archeologico Nazionale, una docente impegnata con la sua classe di scuola primaria mi disse di aver segnalato al figlio, maturando, la figura di Beuys, la sua poetica e i suoi lavori. Ne era rimasto così affascinato da organizzare una tesina, poi presentata all’esame, nella quale in modo trasversale, parlando di Beuys, era riuscito a includere quasi tutti gli ambiti disciplinari, meravigliando i docenti che, incuriositi, gli chiedevano di saperne di più perché neanche conoscevano l’artista! Testimonia di come l’arte è effettivamente metodo e che certe ragioni della pedagogia, talvolta affrontate necessariamente con un linguaggio specifico, sono tutt’altro che mera astrazione, anzi qualificano percorsi di apprendimento originali e diventano chiavi di lettura significative. A proposito del significato di “cittadinanza”, appunto.

La pandemia è un momento di pausa, forzato. Come lo hai vissuto? Ti ha suggerito qualcosa di nuovo per le prossime esperienze?

L’isolamento ha dato maggiore spazio alla creatività e alla possibilità di progettare, e non ho mai interrotto la comunicazione con le classi laboratoriali utilizzando gli strumenti a disposizione. Non è difficile comprendere i limiti della conduzione a distanza, soprattutto la mancanza di collaborazioni e scambi che possono avvenire tra i bambini e che sono fondamento dell’esperienza laboratoriale. Perciò, più che a questo aspetto, ho rivolto l’attenzione alle intenzionalità creative dei bambini e a cercare occasioni per attivarle anche in condizioni coatte, per così dire: se siamo prigionieri di una stanza guardiamola con gli occhi di Matisse, per esempio, che ha fatto degli interni e della quotidianità dei luoghi di incomparabile bellezza. Scopriremo, nella quotidianità, una bellezza che non avevamo intravisto. Insomma: guardare con lo sguardo dell’arte è cercare sempre ulteriorità in ciò che pare ovvio e già conosciuto. E questo metodo dovrebbe essere chiaro a chiunque, per qualsiasi ragione e a qualsiasi titolo, è portatore di responsabilità “educative” nei confronti di un bambino.

Rita Felerico

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