Silvana Campese / Critica

16 Maggio 2022 Redazione A&S 291

NELLA FOTO: SILVANA CAMPESE – TERESA MANGIACAPRA @ STUDIO LABORATORIO ECLETTICA RIBELLE – 2014 2015.

NOTA CRITICA / 1
(a cura di Clementina Gily Reda, 2001)

Si tratta di una autrice eclettica, che passa dalla politica di genere alla pittura, mentre coltiva un suo rapporto con la scrittura. Ciò si giustifica attraverso una certa lettura della realtà che rifiuta in via di principio la limitazione di una singola competenza per profondere invece la creatività in direzioni diverse, ottenendo comunque risultati apprezzabili. Il sogno di molte vite, la sfida di accettare punti di vista di commistione, è una caratterizzazione di sogno, certo, ed è importante e va sottolineata perché il mondo, oggi, non l’ama. Perché è un mondo tecnologico, con l’ideologia scientifista stampata dentro, che privilegia innanzitutto l’ostinazione in una sola direzione, la via per ottimizzare un solo risultato. Questa caratteristica oggi poco amata è invece l’Umanesimo stesso, il volto della nostra cultura occidentale. Formare uno spirito di molte valenze, capace di interessarsi e di giudicare in quanto persona, non in quanto competente: questa è la direzione dell’uomo e della donna di cultura. Eclettica, dunque, termine con cui si definisce l’artista, non va inteso nel senso limitante che oggi si conferisce al termine, ma nell’accezione di Pico della Mirandola, cioè sincretico. Una creatività che non sa vivere in uno spazio delimitato, che percorre territori di circumnavigazione e di avventura.

(tratto dal testo critico della collettiva organizzata dall’Ass. Cosmopolis presso il CE.RI.PE. - Centro Ricerca Pedagogica a Napoli nel 2001)


NOTA CRITICA / 2
(a cura di Clementina Gily Reda)

Testa assoluta, avvolta da fili veri, ragnatela consistente in uno spazio di sogno. Il reticolo si giustifica con l’immagine stessa del protagonista vivente della scena, il ragno, che scende a turbare la calma di questa composizione di manichini. La soffitta è lo spazio delimitato, la configurazione: perciò il manichino, che è la marionetta dell’avanguardia, il morto vivente di Eduardo ne “Gli esami non finiscono mai”: più che automa, è il senso dell’estraneità della persona a sé stessa, l’immagine stessa della falsità pirandelliana che ciascuno avverte in sé – per via della forma che la società ci impone. La figura così bene presentata, la faccia così ben composta del manichino, rivela il suo senso nascosto nell’allacciarsi a questa comprensione della realtà dell’uomo. In soffitta dove non si vivono nuove vite, dove la polvere fa nascere e ingrassare ragni poderosi, capaci di imbrigliare lo spirito d’avventura, vive il manichino che io sono. Nato dallo stesso abbandono, il ragno tesse la mia prigione, m’impone obblighi irrinunciabili, abbandona la mia anima inquieta alla bellezza precisa di un trucco ben tracciato, composto. L’unica via per sottrarsi è l’eversione. In questa bella signora serena che è l’autrice, dove non si supporrebbe tanta ribellione, è chiara l’autobiograficità di una simile rappresentazione. Che dice tutta la paura della polvere e del ragno che con questi fili reali impedisce il sogno e tutto l’amore per la fuga, nei colori brillanti, nella bellezza armonica dell’insieme. Riappropriarsi della forma verso nuovi sogni è un obbligo: la riflessione, che si compie in questo quadro, tra il manichino e l’uomo vero, è dialettica di contrasti. E che una riflessione sia, mostra l’utilizzo della tecnica di collage che ha aggiunto fili veri invece di disegnarli: chiara volontà di collegare l’immagine ad un sostrato di riflessione. I fili sono veri perché è la realtà, spesso, ad imporre, per amore, l’accettazione di un manichino troppo stretto, che fa esplodere una ribellione.

(tratto dal testo critico sull'opera “Manichini in soffitta”, in occasione della mostra curata dagli artisti Silvana Campese e Lino Tortora, presso l’Associazione Lucana “Giustino Fortunato” a Napoli nel 2002)