Dal dramma del Terremoto dell'Aquila, tutta la forza creativa del maestro Giancarlo Ciccozzi: quattro chiacchiere con l'artista

12 Giugno 2020 Ivan Guidone 1802

Una foto ritraente il "tellurico" artista Giancarlo Ciccozzi

Arte & Società è lieta di proporvi un'intervista esclusiva all'artista aquilano Giancarlo Ciccozzi condotta dal nostro sociologo e critico d’arte Maurizio Vitiello. Il maestro Giancarlo Ciccozzi può essere considerato una vera forza "tellurica" all'interno del panorama italiano dell'arte contemporanea.

Puoi segnalare ai nostri lettori il tuo percorso di studi?

Nel 1992 mi sono diplomato all’ITIS dell’Aquila conseguendo il diploma di maturità come perito tecnico. Nel ‘93 mi sono iscritto alla Facoltà di Ingegneria dell’Ateneo aquilano, indirizzo Civile, per poi passare a quello Edile-Architettura. Non ho conseguito la laurea per le problematiche relative alle tante difficoltà del terremoto dell’Aquila 2009. È un qualcosa che ancora oggi mi pesa sul cuore. Negli anni dell’adolescenza ho praticato lo sport dello sci a livello agonistico e atletica. Fino a diciotto anni ho seguito lezioni private di musica (pianoforte, chitarra e batteria).

Puoi raccontare i tuoi iniziali desideri e i percorsi che volevi seguire?

Il mio sogno da ragazzo era quello di diventare un musicista. Poi, le solite casualità e le coincidenze della vita, mi portarono a optare per gli studi in Ingegneria. La scelta fu dettata anche dal fatto che la sede della facoltà si trovava a pochissimi minuti dalla mia abitazione. Comunque, la matematica e la fisica mi incuriosivano non poco. Nei ritagli di tempo dipingevo, creavo sculture di creta anche utilizzando materiali di recupero. Lavoravo di nascosto dagli occhi indiscreti dei miei amici e parenti. Oltre ai cani, erano pochissime le persone che sapevano di questa mia grande passione. Puntualmente, passavo giornate intere nella baita di montagna della mia famiglia; un luogo appartato e solitario immerso totalmente nel verde della pineta aquilana. E proprio in quei luoghi fuori dal mondo, che, oltre alla pittura figurativa classica e paesaggistica, già proiettavo sia idealmente che empiricamente le mie embrionali intuizioni sull’arte astratta.

Quando è iniziata la voglia di “fare pittura”?

Nessuno di noi conosce il proprio destino. La vita scorre e a volte siamo obbligati a lasciarla al caso o al massimo a deviarne il percorso. Ricordo, lucidamente, che andavo a dipingere con un caro amico di mio padre; l’architetto e pittore Perilli. Era un tipo dalle idee stravaganti, di animo buono e molto capace con i colori e i pennelli, oltre ad essere un ottimo intagliatore del legno. Spesso e volentieri, a bordo della sua “Vespa 50” munita di portapacchi con cassetta di legno per le tele, i pennelli e i colori, passavo intere giornate a dipingere all’ombra di qualche cedro nei dintorni di Roio Poggio, il paesino in cui sono cresciuto. Ma dopo qualche tempo ero stufo di realizzare paesaggi e ritratti. Cominciai a sentire forte l’esigenza di passare oltre. Eppure, solo oggi, mi rendo pienamente conto che quella strana ansia che avevo era l’inizio del passaggio già in atto dalla pittura classica a quella astratta. Ho cominciato a sentirmi un artista, nel vero senso della parola, dagli anni del post terremoto 2009 e 2010. Dopo lo scossone e le tribolazioni del sisma aquilano, se volevo continuare a vivere con dignità, l’unica salvezza era l’aggrapparmi alla fantasia e la creatività. E, così, iniziai a dipingere in modo più assiduo; piano piano mi innamorai di quel nuovo linguaggio dell’arte che era l’astrattismo contemporaneo. L’Aquila era distrutta, provata e povera, ma allo stesso tempo le idee sulla ricostruzione erano vive e ossigenate. Io sognavo sopra quelle macerie e ciò mi faceva sentire libero. La cultura era l’acceleratore della speranza di una imminente rinascita. Non frequentavo molto gli artisti, ma sentivo dentro di me la voglia di affermare l’importanza dell’arte in quel preciso e indimenticabile periodo. Volevo esprimere il dramma aquilano attraverso il mio linguaggio che mi portò ad usare ogni materiale possibile e immaginabile che sprigionasse emozioni. Dovevo uscire dagli schemi e andare oltre il recente passato, ma non abbandonandolo definitivamente, ma rivisitandolo per renderlo attuale, contemporaneo. Così facendo, cominciai a utilizzare materiali usati e laceri; ero testimone di un urlo di dolore, un’espressività moderna per esorcizzare la crudeltà della natura ribelle. Ero originale e sapevo farlo bene. Ho rischiato e ne ero cosciente. In quel periodo di povertà, il mercato e la critica non si aprivano tanto alle avanguardie. Debbo dire che ho sofferto, ma ormai il solco era tracciato. L’arte in ogni sua forma alla fine ha la meglio, e io come un invasato continuai a sperimentare i materiali sulle mie tele o, addirittura, le tele stesse venivano sostituite dai materiali. Diveniva sempre più un bisogno vitale. Ormai avevo lasciato i pennelli e il tradizionale colore e la rabbia creativa mi aveva trasformato in un testimonial fra il recente passato e il futuro.

Mi puoi segnalare gli artisti bravi che hai conosciuto e con cui hai operato, eventualmente, "a due mani"?

Questa è una domanda complicata! Come già ho detto, in precedenza, sono un tipo abbastanza solitario. Non mi sono mai adoperato per intrecciare rapporti con altri artisti, anche se, comunque, non mi dispiacerebbe sempre a determinate condizioni. Il mio modo di lavorare è quasi di isolamento totale. Quando realizzo un’opera devo stare da solo, isolato dal mondo, senza spettatori. Non so se è una debolezza oppure un punto di forza; ho capito che quando sono in procinto di realizzare un’opera inizia un colloquio intimo tra lei e me, e al massimo una musica di sottofondo che ci unisce ancor più. Ci lega un filo invisibile intimo e diretto che non potrebbe esistere se ci fosse un altro artista ad interrompere questo connubio speciale. L’hic et nunc, il qui ed ora, è la collocazione spazio-temporale che le fa assumere alla mia opera le emozioni che sto provando in quel momento. Ritornando alla domanda nello specifico, posso dire di aver incrociato artisti bravi, anzi, ma direi “che mi sono piaciuti”; lungi da me il “vizio” di tanti ad elevarsi a giudici supremi sul concetto di bellezza, soprattutto, quando si parla della validità di altri artisti. La maggior parte sono stranieri, personaggi che portano un’arte innovativa, a volte non compresa per la loro complessità. Forse, artisti che si affermeranno internazionalmente solo in un prossimo futuro.

Ora, puoi motivare la gestazione e l’esito della tua ultima esposizione?

Non voglio prendere in considerazione le mie ultime mostre negli USA, visto che sono fiere d’arte mondiali e lo scopo della loro esistenza è sicuramente ben altro. Una mostra recente che mi è rimasta nel cuore è quella organizzata per il decennale del terremoto dell’Aquila nell’aprile del 2019. Il titolo era già tutto un programma: “Ricordi di un Terremoto”. L'esposizione rientrava nel palinsesto del decennale del terremoto ed è stata patrocinata dalla Presidenza del Consiglio della Regione Abruzzo, dal Comune e dalla Provincia dell'Aquila e coadiuvata dall'AIACM (Associazione Italiana per l'Arte e la Cultura nel Mondo). Quindi immaginiamo che carico di responsabilità potevo avere in quel momento critico della mia vita artistica. Oltre a rivivere i momenti più neri del terremoto aquilano, avevo anche il compito di rendere appassionante la mostra facendomi testimonial di quel tragico evento del 2009. La recensione critica delle opere fu affidata al prof. Maurizio Vitiello, e presenziarono, oltre alle cariche istituzionali, anche Rosario Sprovieri del MiBACT, Armando Principe, Maura De Meo (AIACM) e il critico teatrale e giornalista Pino Cotarelli. In quell’occasione cambiai il formato delle opere. Sapendo che il linguaggio dell’arte è in continua evoluzione sentivo il bisogno di continuare la mia sperimentazione sui materiali anche cambiando le dimensioni, la rappresentatività e la forza espressiva che potevo ottenere. L’arte può essere appesa a una parete, ma può anche trovarsi dentro noi stessi sotto forma di immaginazione; non a caso la serie che proposi era quella delle “Trasposizioni”. Possiamo trovare l’arte in cose semplici camminando per strada oppure scrutando l’orizzonte. C’è poesia dovunque e io decisi di allargare gli orizzonti. L’opera donata alla Regione Abruzzo e che è esposta in permanenza nelle sale del Giardino d’inverno misura, infatti, 2 metri per 2 metri. “Ricordi di un terremoto” rimane per me la trasposizione artistica del legame viscerale che ho con la mia terra. Ho cercato di ripercorrere con le mie opere il processo lento, ma inesorabile, della rinascita della città dell’Aquila. La mostra è stata vista come la rigenerazione della vita dopo la morte attraverso la mia arte; un’estensione di speranza per non dimenticare il dramma passato. È possibile paragonare il concetto di quell’esperienza all’opera monumentale di Gibellina del maestro Alberto Burri. Costruire meglio per un futuro migliore e lasciare dei segnali per le prossime generazioni è uno dei compiti più alti assegnati agli artisti.

Dentro c’è la tua percezione del mondo, forse, ma quanto e perché?

Davanti a un’opera d’arte il nostro cervello si attiva automaticamente e, quindi, il senso del bello ha un suo parametro equivalente a livello del sistema nervoso che ci porta a provare piacere o meno. Almeno per me, anche un segno è più significativo di un altro, un colore è più interessante di un altro ancora e la materia mi fa subire il suo fascino ancestrale dei primordi della terra. Il segno come archetipo, le figure primordiali, embrionali. Le mie opere rappresentano quello che sono nella realtà. Sono un tipo schietto e senza veli, spesso esuberante, ma sempre costretto tra il pragmatismo e i sogni. Esaltare la materia rappresenta un pochino esaltare me stesso. Se dovessi parlare delle mie opere non avrei nulla dire. Le parole, per me, non contano nulla, esse parlano intorno alla pittura. Ciò che voglio esprimere appare nella mia pittura. Parlare delle mie opere spetta esclusivamente al critico. L’arte nasce quando il linguaggio non funziona; allora, io creo, il critico spiega, e il pubblico intende. Il mondo dell’arte che, oggi, corre veloce sul web è quasi tutto incentrato sul business. Anche qui, dunque, è il “Dio denaro” che comanda e questo porta inevitabilmente al disfacimento dell’arte vera, oggi sostituita dal lavoro di alcuni artisti molto più propensi a un facile guadagno che a percorrere una carriera più umile e di vera ricerca del “bello”. Credo negli artisti di buona volontà e in un nuovo modo di pensare capace di organizzare i frammenti del mondo, con tutti i suoi problemi globali come l’ambiente, le nuove tecnologie, le ingiustizie e lo sfruttamento umano. Cerco di rimanere umile e con i piedi per terra, pur sapendo perfettamente che facendo questa scelta la mia carriera artistica sarà tutta in salita e molto più sacrificata. Non perché non faccio uso del web, ma cerco di non esagerare inventando fasulli casi eclatanti per avere più visibilità. Sono del parere che chi semina, prima o poi raccoglie.

L’Italia è sorgiva per gli artisti dei vari segmenti?

Noto con un po’ di disappunto che il mondo dell’arte, quello che conta, e, soprattutto, le istituzioni, continuano imperterrite a celebrare gli artisti del passato, i monumenti, i pensieri dei geni passati. Per carità, nulla in contrario! Ma la difesa della cultura e dei consumi culturali incitano soltanto alla difesa del patrimonio storico artistico del passato. E il “patrimonio vivente”, cioè quello degli artisti contemporanei che in Italia si dimenano tra mille difficoltà? Bisognerebbe che il governo italiano cominci a dargli una mano, come accade negli altri paesi europei. Gli artisti sono i primi e i più importanti interpreti del tempo presente. Sono coloro che saranno i testimoni del prossimo futuro. Ma in Italia, al contrario di moltissimi altri paesi europei, per non parlare degli USA, tutto ciò rimane un discorso campato in aria. Gli artisti vivi e vegeti sono il nostro patrimonio futuro, un investimento sicuro anche a breve termine. Inoltre, in tempi di emergenza come questo, mi sembrerebbe naturale proteggere le vite e il mestiere di chi prova tra molte difficoltà a costruire patrimonio per generazioni che potrebbero chiedersi cosa facevano gli artisti nel XXI secolo. Gli artisti italiani, tranne qualche sporadico caso, non hanno materialmente la possibilità di mettersi a confronto e farsi conoscere come si fa negli altri paesi del mondo. Il mercato dell’arte in Italia è in crisi da troppi anni, anche perché è l’Italia stessa che stenta a risollevarsi. Tutte le maggiori case d’aste, le gallerie, ma anche le più famose piattaforme web dove si vendono opere d’arte di artisti contemporanei importanti sono stranieri. Inoltre, in Italia non esistono fondi d’investimento sull’arte. In poche parole, anche gli artisti, come i neo laureati emigrano all’estero, portando con sé un patrimonio inestimabile che è quello dell’arte, e che sicuramente, a parte il nome, non ritornerà mai più indietro.

Quali piste di maestri hai seguito?

Posso certamente affermare che l’impatto iniziale con l’arte astratta l’ho avuto con l’espressionismo astratto internazionale, a partire da Jackson Pollock, Willem de Kooning, Franz Kline in America e con l’arte informale degli artisti europei. Fatale fu per me l’incontro con Alberto Burri visitando gli Ex Seccatoi del tabacco a Città di Castello. Quella pittura che si sottrae al figurativo, alla geometria e al rigore matematico dell'astrattismo, mi affascinò immediatamente. Ho frequentato il laboratorio del maestro Marcello Mariani, mio concittadino, anche lui pittore informale di fama internazionale. Posso ora affermare le mie assonanze artistiche con i grandi maestri Emilio Vedova, Afro Basaldella, Lucio Fontana, Enrico Castellani o Piero Manzoni.

Pensi di avere una visibilità congrua?

Penso solo che ogni cosa arrivi a suo tempo. Soltanto con il sacrificio e il duro lavoro si possono ottenere buoni risultati. Non voglio essere un fiammifero che s’infiamma all’istante per, poi, consumarsi rapidamente. Non mi piacciono neppure gli apparati effimeri che vedo in giro. Noto con soddisfazione che, man mano che passa il tempo, attorno alla mia figura di artista, cresce la qualità e non la quantità dei personaggi che vedono in me un artista di interesse.

Quanti “addetti ai lavori” ti seguono?

Per ora non molti, diciamo due o tre. I miei sinceri aiutanti mi supportano e sopportano ogni giorno, dandomi la possibilità concreta di portare a termine tutto quello che si cela nella realizzazione di mostre, eventi ecc. ecc. Gli impegni artistici, non tanto per il numero, ma per la loro qualità, assorbono molto del mio tempo. Tempo che, naturalmente, viene sottratto al mio lavoro vero e proprio e cioè quello di dipingere e di creare.

Quali linee operative pensi di tracciare nell’immediato futuro?

Non so, mi affido al destino. Non amo programmare il mio futuro. Le poche volte che l’ho fatto è accaduto l’esatto contrario di quello che volevo accadesse. Si vedrà in corso d’opera.

Pensi che sia difficile riuscire a penetrare le frontiere dell’arte?

Penso proprio di sì. Oggi, è molto più semplice per chi ha grandi sponsor alle spalle rispetto a chi non ne ha. E qui parliamo poco di arte e molto di business. Riflettendo nell’ambito strettamente professionale, credo si debba ridimensionare il discorso della consacrazione dell’arte solo con i parametri di mercato. Provo a spiegarmi meglio. La consacrazione di un vero artista avveniva prima a opera del museo o della critica dell’arte e, successivamente, del mercato. La consacrazione, quindi, avveniva prima a livello istituzionale. Oggi, invece, è quasi sempre il mercato a influenzare il mondo istituzionale o le valutazioni degli storici dell’arte. Non esiste artista contemporaneo riconosciuto come tale, che non sia stato prima consacrato dal mercato e dai collezionisti. Sono loro che decidono se acquistare o meno, e a quali prezzi, le sue opere. Naturalmente l’Italia e i suoi artisti sono fortemente svantaggiati a livello globale. Chi cresce da solo, sa bene quanto sia complicato affermarsi e rimanere durevole nel tempo. Purtroppo, a oggi la questione economica rimane la più importante. E tutto questo non mi piace.

I “social” ti appoggiano?

Credo di sì. Comunque mi rendo conto di quanto possa contare la visibilità social rispetto ad una pubblicazione di critici affermati ed editori di rilievo. Il social rimane alla portata di tutti, e questo va benissimo, ma le pubblicazioni importanti fanno accedere a un discorso sull’arte molto più prestigioso, che sarebbe un pochino complicato stare qui ora a spiegare.

Con chi ti farebbe piacere collaborare per metter su una mostra o una rassegna?

Forse con nessuno, ma non per snobbismo o manie di onnipotenza, anzi. Non lo farei per il semplice fatto che per qualsiasi cosa, a partire dal progetto e l’organizzazione, devo fare di testa mia. Non devo avere costrizioni neppure sulla disposizione delle opere durante la mostra. È semplicemente una libertà nelle scelte, giuste o sbagliate che siano. Sarò sempre io ad assumermi ogni responsabilità. Comunque, se si dovesse verificare, non ne farei un dramma; riflettendo, cercherei di prendere e di dare il buono di quell’esperienza.

Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi impegni?

Per il sacrificio. Non nascondo, che dopo l’incidente che ebbi anni addietro, faccio “abbastanza” fatica a portare avanti questa passione che ora è più che un mestiere.

Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare l’arte in ambito scolastico, accademico, universitario?

Certo. La creatività, sia in classe, che nella vita, non ha mai fatto male a nessuno, anzi. L’arte contemporanea può avere certamente un effetto formativo. “Fare” arte contemporanea tra i banchi di scuola e magari già alla primaria, può aiutare i processi educativi. Spesso le scuole italiane sono fatiscenti e devono fare i conti con l’incuria. Pensare a una scuola diversa è possibile, un luogo dove si lavori assieme per creare bellezza, per fare cultura nel senso più autentico. Il mondo ha una grande bisogno di arte e più in generale di bellezza e di emozioni positive; se si riuscisse a coltivare tutto questo fin dall’infanzia si potrebbe senza dubbio sperare di costruire il futuro per una società migliore. Studiare i grandi del passato va benissimo, ma far conoscere nuove idee, visioni allargate e nuove concezioni, non potranno che fare del bene alla cultura generale dei nostri studenti. Nella mostra “Ricordi di un terremoto”, non a caso, ho dedicato due intere giornate per le visite guidate ai giovani di alcune scuole medie inferiori e per i portatori di handicap. L’iniziativa ha ricevuto il plauso delle autorità e. soprattutto, dei diretti interessati. Una piccola dimostrazione che la propensione al bello e alla creatività è qualcosa di innato in ognuno di noi. Spesso ce ne dimentichiamo e anziché coltivare questi interessi la scuola finisce per sopprimerli. Peccato!

Prossima tua mossa operativa?

Ho dovuto rimandare una mostra a livello istituzionale a cui stavo già lavorando da tempo. La curatela è di Vittorio Sgarbi e altri; ma causa emergenza COVID-19 è stata rimandata alla prossima primavera. Per Luglio ho una esposizione di alcune mie opere alla Galleria Turelli di Montecatini Terme, sala espositiva Paolo Portoghesi, in Tettuccio. Sto preparando alcune opere per una mostra alla Biblioteca Angelica di Roma di piazza Navona per Ottobre. Ho appena ricevuto l’invito per il prestigioso Premio Sulmona, rassegna internazionale d’arte contemporanea per il 7 Novembre, e, poi, si attende una cooperazione con Tirana con la Galleria Khalo. In previsione per l’Autunno, un’esposizione a Dubai e, a Dicembre, lo Scope Miami Beach 2020, dove sono già pronte circa 20 opere attualmente custodite al Metropolitan Pavilion di New York.

Che futuro ”global” prevedi?

Penso che l’Italia “global” dovrà confrontarsi con altissimi standard qualitativi e livelli artistici innovativi, per di più in “terra straniera”. Il mondo global non è l’Italia, purtroppo. Ed i motivi sono sempre gli stessi; quelli che ho citato in una risposta precedente. La questione non è da poco. Se è vero che la base primaria dell’arte è data dagli artisti, non sono da meno neanche le gallerie, i critici e gli editori specializzati. Dopo una crisi generale che fece tremare l’intero mondo dell’arte, pare che, oggi, almeno le gallerie di media importanza sono in una timida fase di ripresa. Ma, sicuramente, tra le prime, non ci sono quelle italiane. Soprattutto oggi, con l’emergenza coronavirus, sono tante le piccole e medie gallerie che non riapriranno. Il futuro potrà essere globale solo se affiancato da un reale mercato dell’arte che cammini di pari passo con esso.

Maurizio Vitiello

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