Dalla Porosità di Benjamin alla Smorfia napoletana

12 Maggio 2020 Redazione A&S 484

Pubblichiamo in esclusiva assoluta – su segnalazione del sociologo e critico d'arte Maurizio Vitiello – l’intervento “Dalla Porosità di Benjamin alla Smorfia napoletana” del grande intellettuale, nonché architetto e artista, Franco Lista, che è stato anche nel Consiglio Nazionale dei Beni Culturali del MiBACT, come rappresentante del MPI; tra l’altro, sedeva a fianco Giorgio Bassani, all’epoca Presidente di Italia Nostra, e autore di classe con Il giardino dei Finzi Contini, tradotto in film dal grandissimo regista Vittorio De Sica, che conquistò l’ultimo dei suoi quattro Oscar, nel 1972. Franco Lista è tra le menti più vive del territorio dell’arte contemporanea, e da questo momento inizia la sua collaborazione con Arte&Società.

Dalla Porosità di Benjamin alla Smorfia napoletana

Nell’attuale, deprimente, condizione di obbligo di non uscire dalle proprie case ognuno di noi è alla ricerca di risarcimenti per la perduta socialità: una sorta di atteggiamento reattivo per attenuare i disagi cercando di trovare qualcosa di positivo all’interno dell’involontaria, laica clausura.

Tra le poche, possibili e valide consolazioni, per quanto mi riguarda, vi è quella della lettura o della rilettura di libri, assieme alla buona musica e alla pittura.

Una spinta a tirare fuori dalla scaffalatura i sempre attuali e stimolanti saggi di Walter Benjamin è data dalla recente versione integrale dello scritto su Napoli, edito da Dante & Descartes col titolo "Napoli porosa".

Lo scritto fu pubblicato nell’agosto del 1924, dal giornale Frankfurter Zeitung, e, bisogna dire, la sua notorietà, presso di noi, deriva soprattutto da un attributo, la porosità, coniato da Benjamin nell’osservare, da acuto flâneur qual era, la città nella sua struttura fisica e nella vita che vi si svolgeva.

Una caratteristica – potremmo ben dire – trasversale, perché per il filosofo è applicabile a tutte le caratterizzazioni che connotano la città: Si tratta, ancora una volta, di porosità, una compenetrazione di giorno e notte, rumore e silenzio, luce esterna e buio interno, strada e domicilio.

Napoli era ed è tuttora nella sua parte storica, una città tutta costruita di tufo e fondata sul tufo. Benjamin, in proposito, scriverà: Porosa come questa pietra è l’architettura. Strutture e vita interferiscono continuamente in cortili, palazzi, arcate e scale.

La pietra tufacea, vulcanica, leggera, resistente, coibente per la sua porosità, è l’essenza tattile ed estetica di Napoli: la sua forma e la sua struttura allo stesso tempo. Varrebbe la pena interrogarsi su questa totale condizione con la mia solita aporetica domanda: struttura della forma o forma della struttura?

Come per la viva socialità dei napoletani, potremmo chiederci ancora: essa è forma o è struttura comportamentale?

Benjamin le mette assieme perché esse sono un autentico connubio.

Il tufo è il risultato di una eruzione vulcanica esplosiva, i cui materiali si sono effusivamente depositati, analogamente alla nostra storia. lungamente sedimentata, nel tempo. Fondale della vita il tufo, sacra scena del quotidiano, perché – come ha mirabilmente scritto Juan-Eduardo Cirlot, grande poeta e critico d’arte – la pietra costituisce la prima solidificazione del ritmo creatore; è la musica pietrificata della creazione.

Ora tufo napoletano e architettura insieme cantano (“musica irrigidita”, secondo Schelling o anche “musica ammutolita”, secondo Goethe) quale connubio musicalmente sensibile, rinnovando il mito di Orfeo che ordina le pietre per costruire una nuova città.

Una nuova città. Immediato è il rimando a Neapolis, città sempre canora, di una sonorità insediata dovunque finanche nel sottosuolo, nelle cavità e nella espansiva porosità della sua orografia vulcanica.

A Napoli, come osserva Benjamin, il definitivo, il caratterizzato vengono rifiutati, essa conserva lo spazio vitale capace di ospitare nuove e impreviste costellazioni.

Ecco la storica caratteristica di ospitalità e accoglienza di tutto e di tutti (dal plebeo all’aulico, dalla ricchezza alla povertà, dal bello al laido, dalla mitologia all’antropologia e così via per molte altre categorie antinomiche) per la quale contrapposizioni e contraddizioni, che altrove vengono rigettate, qui si stemperano, si pacificano, fondendosi come naturale incarnazione e inclusività della città.

Peculiarità, attributi tipicamente napoletani, tali da resistere al divenire storico e da suggestionare, per non dire folgorare, viaggiatori, intellettuali, turisti, stranieri, lasciando in essi ricordi e memorie scritte o dipinte, di varia natura e certamente di forte persistenza.

Prima ancora di intrattenerci su ricordi e su ciò che resta del passato nella nostra memoria o in quella dei viaggiatori, va detto che questa sorta d’illuminazione critico-conoscitiva di Benjamin, condensata in un unico termine, porosità, anche per il filosofo restava nella zona umbratile di tutte le chiavi di lettura. Per questo nettamente scriverà: La legge che regola questa vita è, ancora una volta, la porosità – legge ancora tutta da decifrare.

Di conseguenza, la mia impressione sull’incerta definizione, da una parte, e invece la ripetuta necessità di far capire, con un solo termine netto e preciso, una concezione complessa e complicata della vita associata, dei modi di abitare e godere della città, dall’altra, mi fa apparire la porosità come uno di quegli argomenti che dall’eccesso di chiarezza verrebbero danneggiati.

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Ritornando ai ricordi durevoli indotti dalla città, non vi è dubbio che essi rinviano nuovamente a Walter Benjamin; non tanto al suo Angelus Novus, che pure potremmo immaginare in volo, in una condizione diversa (senza la tempesta “che si è impigliata nelle sue ali”, ma solcando leggero l’aria e seguendo l’andamento della costa con la totalità delle rovine poste ai suoi piedi), quanto piuttosto alla marcata concezione di “ricordo”, del nostro filosofo.

Per Benjamin il ricordo è “reliquia secolarizzata”.

Infatti, Das Andenken, per il filosofo significa “oggetto-ricordo” legato alla nostra esperienza esistenziale: In esso si deposita la crescente autoestraniazione dell’uomo, che cataloga il suo passato come morto possesso.

Per Benjamin, dunque, il ricordo è reliquia perché possiede una sua oggettualità: La reliquia deriva dal cadavere, il ricordo dall’esperienza defunta, che si definisce, eufemisticamente, esperienza vissuta.

D’altra parte, il ricordo, per quelli che hanno capacità eidetiche, arriva finanche a essere intersensoriale, perché legato a suoni, odori, soprattutto a immagini vive, dettagliate nei più minuti particolari e per queste incise e indelebili nella nostra memoria, anche se la percezione di esse è lontana nel tempo.

Ricorderemo quindi questo nostro tempo presente, in stato di coazione domestica, nello stesso modo di “oggetto-ricordo”, sollecitati da foto, filmati, ritagli di giornale?

Penso di sì, sarà pure la caratteristica, tutta napoletana, di leggere con fatalismo tra l’ironico e l’onirico la realtà del Coronavirus come surrealtà-reale. Si tratta forse di una sensibilità ricettiva lungamente esercitata dal gioco della vita, che è come quella appassionante per i napoletani del Lotto, dove la visionarietà del sogno attribuisce veridicità alla irrealtà?

Lo stesso Benjamin, nel suo Neapel, s’intrattiene su questa frenesia dei napoletani: Il gioco del lotto, che in questa città entusiasma e divora come in nessun’altra, è e resta una forma di lavoro, un’attività di guadagno. Probabilmente, esso poteva essere interpretato dal filosofo come forma di compensazione della pigrizia che aveva attribuita ai napoletani, assegnando tra i sette peccati capitali quello dell’accidia a Napoli.

Provo, in chiusura, a fare una diretta applicazione di queste riflessioni nel passare scherzosamente (si fa per dire) dalla filosofia all’antropologia.

Penso che tra silenziosa potenzialità del benjaminiano “oggetto-ricordo” e gioco (lotto o tombola che sia), potremmo sinteticamente attribuire il numero 40, della nostra preziosa Smorfia partenopea ai mesi di chiusura in casa, per molti di forzata pigrizia, per non dire accidia.

Attenzione a questo numero di forte valenza simbolica; non è solo il numero dei ladroni della famosa fiaba di Alì Babà! Pensiamo al suo valore mistico, a come esso ricorra numerose volte nel Vecchio e nel Nuovo Testamento.

Per il dissacrante popolo partenopeo 40 è 'A paposcia, e va visto non solo nel significato di “abbuffà ‘a guallera”, per il fastidio derivante dalla forzosa segregazione subita ma anche dallo star fermo, dal non poter camminare, insomma dalla totale staticità corporale e dai riflessi umorali che ne derivano.

“Ho detto tutto”, avrebbe detto Peppino!

Franco Lista

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