Fernando Pisacane, pittura come desiderio dell'infinito e profondità dell’invisibile

20 Marzo 2020 Redazione A&S 247

...basta alla marea montante di mostre brutte, mal fatte, furbe, sciatte, approssimative, raccogliticce... dobbiamo riprendere a fare esposizioni serie, libere, educative... Riallacciare il passato al presente, attraverso una conoscenza vera e libera. Fuori dal mercato, nel cuore delle nostre città.

Indirizzate al mondo mercantile delle grandi mostre, queste espressioni improntate a una polemica più che giusta, sono contenute in un libretto, un libello, di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, dal titolo emblematico: “Contro le mostre”.

Esse possono, con fondatezza, estendersi anche a tante altre mostre, piccole o grandi che siano; paradossalmente, mentre il sistema dell’arte prospera e “la sfera dell’arte si è ampliata enormemente” (Perniola), l’arte e gli artisti sono largamente in crisi.

Oggi, a ben vedere, è in crisi l’uomo nella sua accezione politica, ideologica, religiosa. La crisi è sia individuale sia sociale. Qualche acuto intellettuale ha osservato che finanche sono in crisi le diverse analisi e letture della stessa crisi.

Fernando Pisacane, con la qualità anticipatrice che contrassegna ogni autentico artista, ha colto questo particolare momento di sconvolgimento della condizione di vita dell’uomo e ne ha fatto motivo della sua ricerca pittorica, attraverso una penetrante proiezione di senso.

Un significativo e interrogante lavoro, il suo, incentrato sulla crisi e il destino dell’uomo che subito mi apre e mi sollecita un ricordo; quello di Urfragen, gli straordinari aforismi di Oswald Spengler.

Uno di questi lo potrei, con semplice e immediata naturalezza, variare e declinare sull’attività di Fernando Pisacane:

Che importa ciò che io dipingo qui! Ma io devo dipingere. È il mio destino.

Potrebbe peraltro essere il sottotitolo della mostra! La riflessione corre al destino del pittore che pur sempre è espressione di volontà, che spinge il divenire, il manifestarsi della sua creatività.

Spengler, appunto, definì il destino quale volontà dall’interno. La volontà di Fernando Pisacane è sostenuta da due impulsi, direi destinali: dal suo istinto immaginifico, pittorico, primordiale e dalla forte consapevolezza della crisi dell’uomo.

E questo accade nel singolare momento che viviamo, laddove la “concettualità” del contemporaneo non è in grado di sciogliere i nodi dell’arte ed è «dominata da interrogativi sul vero scopo della produzione artistica» (Belting).

Accade, curiosamente, che mentre mi accingo a riflettere sulla volontà dell’artista, sul mio tavolo tra diversi libri in corso di lettura scorgo quello di Gilles Clément, Breve trattato sull’arte involontaria, una lettura che è felice scontro tra imprevisti punti di vista.

Di tutt’altro avviso è Pisacane: con i suoi anticorpi artistici e intellettuali pare esprimere con forza un’arte come prodotto di passione e volontà civile, una pittura che è esperienza estetica e, insieme, morale.

Ritorno ancora su Oswald Spengler che, in condizioni di reciprocità, vedeva la volontà quale destino dall’esterno. Ortega y Gasset avrebbe parlato di “circostanze”.

Le circostanze per l’artista non sono limitate al “sistema dell’arte”, che detta le leggi e muove le dinamiche del mercato; le circostanze attengono pure alla ingarbugliata matassa dell’arte contemporanea, al suo modo babelico di comunicare, alle molteplici distorsioni del gusto, a quella condizione più complessiva che Gillo Dorfles definì, in un suo mordace saggio, Horror Pleni.

Progressivamente, e in tempi più ravvicinati, tumultuosamente l’Horror Vacui si è capovolto ma certo non semplicemente in termini di densità territoriale. Piuttosto, la sensibilità dell’uomo è stata compromessa da un infame materialismo determinando il rimarchevole rovesciamento degli “interminati spazi” e dei “sovrumani silenzi”, nell’animo di ognuno di noi.

Qui non si tratta di richiamare un nostalgico e poetico ricordo; piuttosto di richiamare un bisogno insoddisfatto dell’uomo: il “desiderio dell’infinito” che l’uomo da sempre ha ricercato ed espresso nell’arte e nel prodotto estetico e che è represso e mortificato dalla visione utilitaristica e meccanicistica della vita d’oggi.

Fernando Pisacane nella sua condotta di artista, nella sua scelta di vita, di modi di abitare e di introiettare l’infinito paesaggistico, nella substantia della sua pittura pare proprio che esprima tutto questo!

Entrando più direttamente nello specifico pittorico di Pisacane si coglie il senso dello spazio, cioè del fondamentale problema di aggiungere “dimensioni altre”, certamente non reali, alle due date dalla stessa tela o supporto dell’opera.

Credo, che il particolare spazio evocato dalla superficie pittorica del nostro artista meriti di essere osservato e apprezzato ricorrendo a una chiave di lettura di Giordano Bruno, allorquando il Nolano, ricorrendo alle parole di Filoteo, scrive: «Che questa superficie sia ciò che vuole, io devo sempre porre la domanda, che cosa è oltre?»

Un “oltre” in Pisacane che è infinito quale profondità dell’invisibile che va colta proprio nella densità e nella consistenza dell’esperienza pittorica. Ecco dunque i sapienti depositi materici, gli assonanti grumi e le stesure pittoriche: una ritrovata esplorazione materica coagulante forme e contenuti.

Una pittura che, per poter essere capita interamente, richiede certamente un codice non comune. Un codice di stati d’animo, empateticamente decifrabile. Tale da far tradurre le vibrazioni cromatiche in luogo meditativo, dove ci si rispecchia e ci si riconosce.

Tensione morale e tensione verso quell’oltre che è senso della sopravvivenza della complessità esistenziale dell’uomo.

Franco Lista