Fernando Pisacane: sentire individuale e inconscio collettivo

18 Marzo 2020 Redazione A&S 360

L’Arte contemporanea esprime un sentire soggettivo, tipico di un’epoca segnata dal predominio dell’Io individuale, piuttosto che da archetipi universali e comunitari. È l’epoca dell’uomo solitario, al quale mancano appigli esterni, e che in sé può trovare smarrimento e solitudine o anche la luce interiore, il balenìo dell’intuizione creatrice. L’artista agisce sotto la spinta di una Forza ispiratrice che lo pervade e in quest’impulso si esprime quello che Jung chiamava l’inconscio collettivo.

Io individuale e sentire inconscio collettivo: due aspetti in apparenza contraddittori, eppure complementari; il secondo si esprime solo attraverso i canali di un io che, nella sua solitudine e nella sua introspezione, attinge alla forza inconsapevole di un sentimento più vasto. Strana epoca quella in cui viviamo: comunicazione, immagine, velocità, eppure tanta solitudine in cui irrompono le sollecitazioni inconsce collettive.

È il caso dell’artista Fernando Pisacane. La sua tecnica compositiva presenta una “costante”, e va a costituire, la “cifra” distintiva della sua creazione artistica; si incontra spesso il compensato preparato a colla, olio, acrilici, impasti di paglia o intrecci di materiali metallici: aderenza alla densità materica che già di per sé è un linguaggio, l’immersione nella multiformità del sensibile, con le sue luci e le sue ombre.

Nella composizione “Quei due, tre passi in più che andavano pensati. Diario di un viaggio” si nota una didascalia significativa: Quando una coppia lascia le mani, il vento li allontana, il passo diventa greve, tutto si trasforma, la forma perde il suo volume, si deteriora, si spacca, tutto, nel tempo impiegato.

Già, il tempo, il Chronos degli Antichi, che, con la sua falce, divora ed estingue ogni cosa. I sentimenti sono quelli della solitudine dell’uomo, della dispersione, della frammentarietà. I passi che andavano pensati non sono stati pensati, poiché l’uomo non è padrone del suo pensiero, né lo conosce.

Il pensiero è stato scalzato e travolto dall’impulso, dalla psichicità irruenta. E l’artista esprime il suo rammarico per i passi non pensati. La nube mossa dal vento é una massa materica densa e cupa, quasi allusione a un campo psichico agitato e confuso. La cupezza delle tinte che sprigiona angoscia si incontra in altre sue opere.

“Il vascello del pontefice Makadesh” è segnato dal contrasto fra una forte presenza del nero – un quid cupo – su uno sfondo rossastro che lascia evocare l’immagine di un incendio.

In “Deforestazione2” si osservano tronchi carbonizzati, terra arida, frammenti di corpi nudi che, da profondità criptiche, tendono le mani verso la superficie della terra, come un richiamo alla discesa agli Inferi e alla risalita verso il cielo degli antichi poemi occidentali.

Le emozioni della solitudine e dell’angoscia si materializzano plasticamente nella composizione “Lungo la strada”: terra cupa, nera, al centro un bianco sentiero di campagna, una figura scultorea che evoca la forma di una colonna troncata o una donna senza testa. Il tutto sullo sfondo di un verdastro cupo, un paesaggio fosco.

Se nelle creazioni più recenti prevale un’aura di pessimismo, in quelle degli anni precedenti si colgono, talvolta, squarci di luce. In “Macchie solari” le macchie sono solchi nella terra, pervasi di luce; l’impressione che l’artista suscita è quella di un sole tellurico con lo sfondo di sprazzi luminosi.

Quest’alternanza, questo chiaroscuro, ricompare in “Paesaggio all’imbunire”, in cui la terra scura e il sottosuolo più tenebroso sono equilibrati da linee di luce flebile, tenue, che comunicano il fascino del paesaggio autunnale.

La vegetazione frammentata e caotica – il caos che prevale sulla vita ordinata – s’incontra in “Spiga di grano” e in “Senza titolo”, mentre in “Donna al mercato del pesce” si coglie il contrasto fra una figura scura e una donna radiata, circonfusa dai raggi solari, come la speranza di un’apertura di luce e chiarezza oltre il caos del mondo.

Eppure, il sottofondo di cupo pessimismo ritorna in “Mare nostrum”, “Tracce lasciate”, “I giudicanti”, ma l’artista si apre al superamento positivo di tali tendenze nelle opere “Illuminati” e “Interazioni di forme”; in quest’ultima si coglie un’ariosità cosmica: linee sinuose, spirali, la luna e i pianeti, mentre, in “Illuminati”, i volti si alternano con fasci di luce, segni-simbolo, che ricordano, in versione post-moderna, le opere dell’arte dadaista, espressione anch’essa, non a caso, di un’epoca di crisi e di soluzioni artistiche dirompenti.

Certo, è sintomatico che fra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, l’artista accentui la sua animicità angosciata, come in “Tsunami”, quasi inconscio presagio – individuale e collettivo – della crisi epocale e globale che stiamo vivendo.

Egli esprime, forse inconsapevolmente, col suo aprirsi alla forza ispirativa e il lasciarsi guidare da essa, la premonizione collettiva di uno sconvolgimento che ha il cromatismo della tenebra, ma in cui, a tratti, rifulgono la luce e il cosmo, come un segno di speranza.

Poiché la Luce splende nelle tenebre.

Stefano Arcella