Paolo La Motta, dal Seicento Napoletano all’Espressionismo Astratto Americano, dalla Scultura del Quattrocento a George Segal. Intervista all’artista partenopeo

29 Gennaio 2021 Redazione A&S 1328

Nella foto, il pittore e scultore Paolo La Motta accanto ad alcune sue opere.

L'artista Paola La Motta vive a Napoli, abbracciando la sua città che pulsa di fremiti ed orientamenti. Ha esposto, recentemente, alcuni lavori al Museo di Capodimonte di Napoli e con questa intervista esclusiva – condotta dal sociologo e critico d'arte Maurizio Vitiello – ci "racconta" la sua dimensione d'appartenenza al mondo delle arti visive contemporanee. Padrone del disegno, Paola La Motta opera con svariati materiali, ottenendo successo di pubblico e critica.

Intervista a Paolo La Motta

Puoi segnalare ai nostri lettori il tuo sentiero di studi?

Ho frequentato il liceo artistico e, successivamente, ho seguito i corsi di scultura con Augusto Perez all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ma la mia formazione vera è stata tra l’archeologico e il museo di Capodimonte, e tra lo splendido museo a cielo aperto che è la nostra città.

Puoi raccontare i tuoi iniziali desideri e i percorsi che volevi seguire?

Ho sempre avuto tra i miei obiettivi il presente, focalizzando una grande attenzione nel disegno e, soprattutto, la curiosità nel vedere, cioè seguire e visitare mostre, una enorme curiosità che mi spinge ad amare e a conoscere lo sconfinato mondo dell’arte, che mi ha portato ad approfondire molti aspetti storico-critici, sono stato e mi sento legato molto al purovisibilismo.

Quando è iniziata la voglia di fare pittura?

Dopo qualche mese dall’iscrizione al Liceo Artistico con un fervente interesse per il disegno ho incominciato da "autodidatta" a dipingere con i colori a tempera, iniziando a eseguire autoritratti e copie dai grandi maestri.

Mi puoi segnalare gli artisti bravi che hai conosciuto e con cui hai operato eventualmente a due mani?

Non mi è mai capitato di lavorare "a due mani" con un’artista, ma ho avuto l’occasione di apprezzare e conoscere artisti come Giuseppe Desiato, Augusto Perez, Nicola Russo, Enrico Cajati, Salvatore Vitagliano, Lisa Weber... sicuramente dimenticherò qualcuno.

Quali sono le tue mostre da ricordare? Quella del museo di Capodimonte? Puoi motivare la gestazione e l’esito di questa esposizione? Dentro c’era la tua percezione del mondo forse? Ma quanto e perché?

Sicuramente, la mostra al Museo di Capodimonte è stata molto importante per due ragioni particolari: la prima è quella di avere esposto in una sede a me molto cara, sia da un punto di vista formativo che affettivo. La seconda è quella di avere avuto questo riconoscimento nella mia città. L’invito del direttore Sylvain Bellenger fu per me molto entusiasmante, in quanto si trattava di far dialogare il mio lavoro con le opere custodite nel museo. La mia ricerca da sempre dialoga con il passato, ma, soprattutto, con le opere che si trovano sul territorio, dunque l’operazione era quanto mai naturale. C’era sicuramente la mia percezione nel vedere, ricercare e fruire dell’opera d’arte.

L’Italia è sorgiva per gli artisti dei vari segmenti?

L’Italia genera arte e artisti a tutti i livelli, ma lascia spesso orfani i suoi figli...

Quali “piste” di maestri hai seguito?

Difficile individuale un’unica fonte, per me gli stimoli sono continui e diversi, nel tempo e nello spazio. Dal '600 napoletano all’espressionismo astratto americano, dalla scultura del '400 a George Segal. E proprio questo poter vedere la storia a distanza che mi interessa potendo attingere con naturalezza dai vari linguaggi e continuare a creare quella grande contraddizione che è l’arte.

Pensi di avere una visibilità congrua?

Mi interessa molto una visibilità "di qualità" che credo sia sempre più difficile poter ottenere.

Quanti addetti ai lavori ti seguono?

Credo di avere un ottimo rapporto con storici dell’arte, galleristi, collezionisti, con i quali scambio pareri e conoscenze.

Quali linee operative pensi di tracciare nell’immediato futuro? Napoli resta nei tuoi programmi? 

Molto difficilmente mi pongo degli obiettivi progettuali, mi affido al lavoro quotidiano che giorno per giorno prende forma come ricerca e come eventuale progettazione. Sicuramente, il rapporto che ho da anni con un pubblico straniero mi ha spinto e mi proietta con piacere verso altre realtà non italiane. Inoltre, l’ottimo successo ottenuto della mostra parigina ha rafforzato questa mia tendenza.

Pensi che sia difficile riuscire a penetrare le frontiere dell’arte? 

Io credo che l’arte non abbia frontiere.

I “social” ti appoggiano?

Li uso con disinvoltura e credo di dargli la giusta importanza, e francamente sono poco interessato al numero di follower.

Con chi ti farebbe piacere collaborare per mettere su una mostra o una rassegna?

Con qualsiasi persone che abbia delle belle idee da realizzare.

Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi impegni?

Francamente, non ho mai preteso nulla dal pubblico e ho sempre pensato che l’opera parli in primis da sé e, naturalmente, il piacere per un artista è quello che l’opera venga fruita sempre da più persone.

Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare l’arte in ambito scolastico, accademico ed universitario?

Personalmente, credo che l’arte debba far parte del quotidiano di ognuno di noi, e a maggior ragione essere più presente nelle scuole di qualsiasi grado.

La tua prossima mossa operativa?

È prevista una bella mostra al Museo di Capodimonte con testo di Jean Clair.

Che futuro “global” prevedi?

Più che previsione un augurio, spero sia meno social e molto più diretto e che molta più gente frequenti musei e gallerie, avendo un rapporto diretto con l'oggetto e non solo virtuale.

L’artista cambierà o si ritroverà?

Per ritrovarsi bisogna cambiare continuamente, mettendo sempre tutto in discussione, anche il nostro passato.

Maurizio Vitiello

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