Il desiderio di essere “io”: intervista all'artista Massimiliano Ferragina

15 Marzo 2021 Redazione A&S 773

Il pittore capitolino Massimiliano Ferragina accanto ad una sua opera.

Si muove convinto nel mondo delle arti visive contemporanee, il pittore capitolino Massimiliano Ferragina prosegue con volontà ed impegno il suo cammino di fede declinando un informale emancipato, d’orientamento maturo. Orientato da una coscienza propulsiva ed ecumenica, l’arte gli permette di “esserci” nel mondo e di potersi distinguere.

Con piacere ed in maniera esaustiva, l'artista Ferragina si "racconta" in questa esclusiva intervista testuale condotta per Arte & Società dal nostro sociologo e critico d'arte Maurizio Vitiello.

Quattro chiacchiere con Massimiliano Ferragina

Puoi segnalare il tuo percorso di studi?

Ho avuto la fortuna di studiare nella prestigiosa Pontificia Università Gregoriana, in Roma, ho conseguito la laurea in Filosofia e, poi, in Teologia. Mi sono anche specializzato. Questo il percorso di studi accademico; per quanto riguarda il percorso di formazione artistica sono autodidatta, ho vissuto diverse Residenze d’artista, Parigi, Copenaghen, Dublino, frequentando gli studi degli artisti e i corsi di formazione che offrivano i musei di arte contemporanea.

Puoi raccontare i desideri iniziali?

Desideri iniziali che, poi, sono quelli che ancora, tutt’oggi, mi spingono a creare, dipingere, veicolare messaggi con la mia espressione artistica che spazia dalla pittura, ovviamente, alla performance, alla scrittura, all’installazione, e molto altro. I desideri sono ciò che mi danno ogni giorno motivazione, perché io credo che nella vita di un artista, ma non solo, ci debba essere una sana dose di ambizione, quella di poter almeno immaginare che i tuoi desideri si possano avverare. Non dico di ambire a vedere i miei desideri avverarsi, ma di poter immaginare che si avverino. I miei desideri erano e sono tutti centrati sulla paura di essere “anonimo” di passare in questa vita come “uno tra tanti”, di essere considerato un codice fiscale, un numero utente, ecco il mio desiderio è riuscire a essere Massimiliano Ferragina, uno tra tanti che ha qualcosa da dire. Il mio desiderio è essere ascoltato, di essere “io” per qualcuno. Il desiderio di poter essere riconosciuto e riconoscibile, di essere chiamato per nome e in questo nome “comprendermi”. Ambizioso, sì! L’arte è per me l’unico modo che conosco per “dire” me stesso.

Quali i sentieri percorsi?

Principalmente la pittura, la pittura emozionale, che credo di essere uno dei primi in Italia ad aver strutturato un vero e proprio “percorso” di emotional painting. Ho ideato un workshop con tre step che sono, poi, i passaggi per poter accedere alla pittura emozionale. Da dieci anni porto questo workshop in giro per l’Italia, nelle Parrocchie, nelle Associazioni culturali, nelle Pro-Loco, nelle scuole. Ho seguito e continuo a sentire il sentiero dell’arte sacra contemporanea, con la mia personale rivisitazione sotto forma di papier collé delle storie dei martiri, Modelli di santità. I modelli e le modelle delle riviste patinate vengono trasfigurati in santi e sante martiri, mi piace riproporre la bellezza dei contenuti di fede cristiani. Seguo anche percorsi di decorazioni di interni anche sacri, illustrazione, e molto altro.

Quando è iniziata la tua voglia di “produrre arte”?

Non me lo ricordo. Da che ne ho memoria. Ero un bambino molto creativo, felice, entusiasta, intraprendente, mi piaceva inventare cose, assemblare materiali, disegnare, colorare, coinvolgere gli altri bambini in giochi da me stesso inventati, ero certo leader, ma col fine di comunicare il mondo interiore. In questo senso ho sempre prodotto arte. Sono ancora quel bambino.

Mi puoi indicare gli artisti bravi che hai conosciuto e con cui hai operato, eventualmente “a due mani”?

Questa è una bellissima domanda! Ho avuto, tra le fortune, quella di cominciare subito a lavorare, a collaborare, a frequentare artisti storicizzati, affermati, come fossero amici da una vita. Forse, il mio entusiasmo mi ha reso le cose più facili. Ne citerò qualcuno, sperando di non dimenticare nessuno, chiedo scusa in anticipo. Un’esperienza di collaborazione e lavoro artistico che ricordo con gratitudine è stata un Simposio d’arte in Sila, dove ho dipinto fianco a fianco con artisti maestri, come Rosa Spina, Enzo Angiuoni, Claudio Feruglio, Nicola Guarino, Maria Credidio, Sebastiano Grasso. Godo dell’amicizia e della stima della scultrice e pittrice Mirella Costa. Ho esposto in collettive con Alfredo Pirri, ho potuto dialogare con la grande Marina Abramovich, senza dimenticare Ilian Rachov e il grande maestro Gianni Testa, reputo questi artisti amici. Ne sono felice. Dimenticavo! Ho frequentato diverse volte lo studio di Sidival Fila, il frate cappuccino artista più famoso del mondo. Insomma, mi reputo enormemente fortunato. Ringrazio Dio ogni giorno per questi incredibili doni.

Quali sono le tue personali più importanti da ricordare?

Ho realizzato oltre cento collettive, e una ventina, forse, di Personali. Senza dubbio le personali da ricordare sono quelle curate da Roberto Sottile, critico d’arte calabrese, direttore creativo del Museo del Presente di Rende e direttore del MUGART (Museo delle Gallerie d’arte e degli artisti) di Bologna. La prima mostra curata da Roberto Sottile è stata “Pietre Vive. Memorie di Futuro” personale del 2017 presso il Museo dei Marmi di Soriano Calabro, poi l’ultima personale realizzata “Retoriche figure. Lumina et colores” agosto 2020, sempre curata da Sottile, al Museo del Presente, 120 opere esposte, un lavoro enorme in piena pandemia, un risultato di visite e risonanza mediatica straordinario. Devo anche ricordare la personale dedicata a Papa Francesco, venne la TV religiosa brasiliana a intervistarmi, abbiamo inviato il catalogo al Santo Padre. La mostra si chiamava “Panacea. L’arte medicina dell’anima”, dicembre 2019, curata da Fabio Matthew Lanna; ne parlarono tutti, addirittura si è bloccato il quartiere Pigneto di Roma, dove si trovava la galleria, per i tanti ospiti, vip, amici, intervenuti alla vernice. Dico questo senza vanità, ma col cuore davvero gonfio di gratitudine. In ultimo, devo citare la personale più soddisfacente tra tutte, a fine vernice avevamo venduto tutte e 17 le opere esposte, si tratta della personale “DNA delle emozioni” curata dalla dott.ssa Claudia Weber, a Roma, maggio 2013, nello spazio espositivo ReadyMade. Potrei continuare l’elenco dei ricordi, le personali sono sempre tutte importanti, ma per vostra fortuna mi fermo qui...

Dentro c’è la tua percezione del mondo, forse, ma quanto e perché?

Non forse! Dentro le mie opere c’è solo il mio mondo. Non saprei rappresentare altro. Non potrei mai intervenire su una tela senza attingere al mio mondo interiore ed esteriore. Molti sanno che il mio personale processo creativo prevede una riflessione, prima di arrivare alla tela, al gesto pittorico vero e proprio. Passo molto tempo a scrivere della tela che produrrò... scrivo ancor prima di dipingere, scrivo un diario emozionale, sono tanti i diari ormai avendo dipinto centinaia di tele. Il mio conflitto con questi mondi, dentro di me e fuori di me, diventa materia prima per la scrittura e, poi, per la pittura. Il mio mondo c’è sempre tutto, perché io credo che un artista si riconosca da quanto è capace di riconoscersi. Mi spiego. Se io riesco ad esplorare il mio universo interiore, ci cammino dentro, dialogo con esso, e con i suoi abitanti, allora l’immagine, il gesto, il segno, verranno fuori automaticamente trasformandosi in identità pittorica, in questo caso, ma comunque il pubblico se ne accorge se quell’opera dice la verità del mondo dell’artista, se ne accorge se c’è coerenza tra il fare l’artista e l’essere artista. Il pubblico ama le opere e ama l’artista che racconta la verità, la sua. L’artista deve percepire che la sua verità è nascosta nelle pennellate, nelle campiture, nelle trame, nella luce... allora raggiungerà la gente.

Ora, puoi specificare, segnalare e motivare la gestazione e l’esito tra collettive e rassegne importanti, a cui hai partecipato?

Come ho già anticipato nelle precedenti risposte le collettive sono davvero tante, numerose, e spiego perché è importante, almeno a inizio percorso, partecipare e scegliere di essere presente in collettiva. La collettiva è un ottimo “strumento” per capire dove sta andando il proprio lavoro di ricerca artistica. Questo è il motivo principale per partecipare a una mostra collettiva. Non si partecipa per fare cumulo, ma per dialogare con gli altri artisti del momento, ecco perché è bene informarsi su chi partecipa, informarsi su chi scriverà e se sarà scritto degli artisti in collettiva, capire se si tratta di collettive di cui in futuro fregiarsi o, purtroppo, vergognarsi. L’unico motivo per cui partecipare in collettive è cercare lo scambio, l’incontro, il dialogo con gli artisti presenti. Purtroppo, troppe volte ho assistito a collettive autoreferenziali, con centinaia di artisti che si credono divinità, che non guardano i lavori degli altri, incapaci di complimentarsi con i colleghi, ma, soprattutto, incapaci di leggere il proprio lavoro alla luce di quello degli altri. Personalmente nelle collettive cerco di conoscere tutti, presentarmi, chiedere una foto, chiedere informazioni sull’opera esposta... vengo molto criticato per questo comportamento, ma è l’unico modo che conosco per crescere e rafforzare la mia sperimentazione artistica. La gestazione, la motivazione, delle personali è ben diversa. Le mie spesso nascono da un progetto condiviso col curatore. Sono del parere che bisogna rispettare le professionalità nel mondo dell’arte, io sono artista, faccio l’artista, non mi improvviso critico, curatore, gallerista, posso esprimere il mio pensiero, ma poi mi devo fidare. Le mie personali sono sempre il frutto di un mio bisogno di comunicare un messaggio attuale, sociale, un messaggio chiaro vivo e comprensibile, e dire anche spendibile. Il fallimento di una personale consiste nel fatto che il visitatore uscendo dalla mostra non si senta cambiato. La personale per me è un momento di formazione, l’artista profeta aiuta a prendere coscienza di alcuni temi, il curatore trasforma i temi in testi, il fruitore studia e porta a casa. Cresce. Si eleva. Quando intravedo questi elementi nelle rassegne alle quali vengo inviato allora partecipo con entusiasmo.

L’Italia è sorgiva per gli artisti?

Ci sono diverse possibilità. Bisogna sapersi orientare. L’Italia rispetto all’Europa è certamente più lenta. Ci sono realtà all’estero che sono veramente fucine di idee e creatività, penso alle Factory londinesi che “allevano” giovani artisti indipendenti dalle Accademie, a Christiania a Copenaghen, ai palazzi su Rue de Rennes occupati da collettivi di artisti dove si vive a porte aperte notte e giorno e trovi arte, sperimentazione, ovunque con libero accesso. Penso, poi, a Roma dove l’Accademia delle Belle Arti possiede uno spazio espositivo notevole e lo tiene chiuso, sbarrato. Perché? Ecco. L’Italia, comunque, non è ferma, pullula di artisti bravi, con il dono della profezia, ma non vengono ascoltati, il mondo delle mostre è asservito a vecchi stili, dove per esporre devi pagare cifre esagerate, e come fa un artista emergente? Vogliamo poi parlare dei “soliti nostri” fermi a “modus operandi” che oggi non reggono più... c’è anche chi da addetto al lavoro si è rinnovato, ha ripensato il proprio essere curatore, critico, gallerista e seriamente investe nell’artista anche sconosciuto, ma sono rarità. In sintesi, in Italia ci sono creativi, professionalità, ma serve “orientarsi”. Il sud offre tanto. La Biennale Internazionale della Calabria Citra (BiCc), Il Museo del Presente con “Geni Comuni” e “Intrecci Contemporanei” due rassegne ormai internazionali, aggiungerei "L’International Calabria Festival", e poi, il Premio Sulmona che è capace, dopo tanta storia, di intercettare i talenti nazionali, perché aperto alla contemporaneità. Milano è particolare. Milano, secondo me, offre la possibilità di respirare l’Europa veramente, ma bisogna uscire dai circoli delle gallerie intese come cacciatori di artisti clienti, anche Roma ha questo problema. Le gallerie o pseudo tali per pagare i loro affitti e i loro stipendi fanno leva sugli artisti e chiedono cifre esorbitanti per esporre un’opera su una parete un metro per un metro che nessuno vedrà, voglio dire, non si può pensare che un artista si senta preso sul serio se il gallerista, qualche anno prima si occupava di outlet dell’usato  penso a una galleria di Roma sita in via Margutta che sforna mostre una dopo l’altra con titoli improbabili e artisti ignari di essere considerati solo per il portafoglio) e, poi, improvvisamente, si è riconvertito in “gallerista”. Milano e Roma hanno questi problemi. Bisogna puntare sulle associazioni culturali, sulle iniziative territoriali con bandi emanati dai municipi, usare le chiese, le parrocchie come poli culturali e spazi espositivi, rivedere la funzione dei musei comunali e diocesani; ecco, Milano ha questo potenziale che è vivo, ma bisogna rafforzarne la visibilità.

Quali piste o orientamenti di maestri hai seguito?

Ho studiato tanto il 900. Mi sono recato fisicamente nei luoghi dove hanno vissuto i maestri di questa epoca. Ho girato l’Europa in lungo e largo passando giornate intere innanzi ai capolavori del XX secolo, dell’Espressionismo Astratto (anche americano) e dell’Informale in particolare. Ho rubato con gli occhi. Ho letto biografie, cataloghi, articoli, per sentirmi prossimo ai maestri. Seguo i solchi tracciati, principalmente, da Marc Chagall e del Primitivismo, per quanto riguarda l’uso e il potenziale dei colori primari, e poi seguo come un messia Kandinskij, per il suo Lo spirituale nell’arte” e la sua astrazione nel segno, punto linea curva.

Pensi di avere una visibilità congrua?

Penso di avere la visibilità adeguata al mio cammino, ai miei traguardi raggiunti, finora. Ho avuto segnalazioni importanti, del tutto inattese, interviste su giornali nazionali e regionali. Ho realizzato diverse video-interviste in occasione di miei progetti, e ricevuto innumerevoli articoli sul web. Quello che, però, credo sia importante è rendere visibile il proprio messaggio, le proprie opere. Certo la persona dell’artista è importante, ma, più di tutto, serve diffondere le sue intuizioni, le sue visioni, le sue letture della realtà fisica e metafisica.

Quanti “addetti ai lavori” ti seguono?

Questo mi è difficile saperlo. Di alcuni sono certo, di altri posso dire che mi seguono da tempo ormai, mi osservano e mi comunicano la loro attenzione e apprensione, uso appositamente questa parola, per il mio percorso creativo artistico e di crescita. Potrei fare dei nomi, che sono poi diventati amici, affetti, persone a cui tengo e in cui credo, ma preferisco di no, mi piace pensare che si veda dall’esterno che sono attenzionato dagli addetti ai lavori più che citarli io. Sono seguito da diversi collezionisti, questo mi compiace e mi chiedo sempre “perché”, anche se, in fondo, penso di saperlo … poi ci sono diversi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura che possiedono miei lavori, e ne sono lusingato, oltre, senza nemmeno dirlo, la gioia di sapere musealizzate alcune mie opere.

Quali linee operative pensi di tracciare nell’immediato futuro, da solo o con qualche gruppo?

Vivo molto il presente. Spero, a breve, di poter riprendere a girare l’Italia con i miei workshop di pittura emozionale e pittura emozionale biblica. Nell’immediato penso che farò ripartire l’attività del mio studio romano. Per me lo studio non è solo il rifugio dell’artista, ma anche un luogo di incontro, scambio, e spero di riportare i miei allievi a lezione nello studio. Ho un gruppo fedelissimo di allievi che stanno cercando di apprendere ed entrare nel mondo della pittura emozionale.

È difficile penetrare le frontiere dell’arte? Quanti, secondo te, riescono a saper “leggere” l’arte contemporanea e a districarsi tra le “mistificazioni” e le “provocazioni”?

L’arte contemporanea è tutto e, allo stesso tempo, non è niente. In essa trovi artisti geniali e trovi fenomeni da baraccone, che, spesso, hanno molta visibilità proprio perché fenomeni. Personalmente gioco molto con questa dicotomia. Finché mi diverto farò arte, Penso di essere capace e di avere gli strumenti culturali e umani per superare quei limiti che un sistema complesso come il mondo dell’arte contemporanea, in Italia maggiormente, ti pone innanzi. Penso anche che certi scogli sono difficili da superare, e forse non mi interessa nemmeno superarli. A volte, penso che alcuni luoghi, spazi espositivi, poli museali, eventi siano in mano a “sempre gli stessi” magari hanno un valore intrinseco, ma sanno di “ammuffito” di “stantio” e per questo non mi interessano. In Italia esistono anche realtà nuove, luoghi di sperimentazione, centri di creatività distanti dai “soliti nostri”, ecco! Questo mi interessa, questo lo reputo contemporaneo. In ultimo, per rispondere all’intera domanda, esistono persone capaci di distinguere le mistificazioni, le provocazioni dai veri profeti, te ne accorgi perché guardano all’interesse dell’artista e del suo messaggio, te ne accorgi perché non vogliono nulla in cambio se non il giusto riconoscimento per la professionalità. Collettive vetrine, recensioni critiche omologate, cataloghi patinati per decorare scaffali, premi artistici concordati, biennali, triennali, quadriennali che passano e non lasciano nessun segno perché solo riempitive di spazi e non di significati, personali autoreferenziali, artisti o addetti ai lavori che non sanno distinguere tra modernità e contemporaneità, che non frequentano le mostre altrui, che non partecipano alla vita culturale del paese, che non comprano una rivista o quotidiano, che non hanno nulla da dire se non anteporre l’Io al Tu... questo lo rifiuto categoricamente! Mi rendo conto anche che questo fa parte del sistema come una zavorra, ma è possibile liberarsene con la denuncia, le distanze, lo studio.

I “social” t’appoggiano, ne fai uso quotidiano?

Amo i social, sono molto seguito, e colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che credono nel mio progetto artistico e ogni giorno, ad ogni post, a ogni evento o mostra che pubblico, a ogni mio piccolo traguardo mi inondano d’affetto e stima. Come posso, cerco di conoscere il più possibile gli amici del web, non mi piace rimanere solo sul virtuale. Faccio uso dei social quando ho qualcosa da condividere, senza esserne ossessionato o abbassare il livello della mia proposta.

Con chi ti farebbe piacere collaborare tra critico, artista, art-promoter per metter su una mostra o una rassegna estesa di artisti collimanti con la tua ultima produzione?

Con chi vede in me un uomo innanzitutto, un artista che ha infinite cose da dire e la sua voce non basta. Con chi desidera dare voce alla mia voce. Mi piacerebbe lavorare con due o tre critici d’arte italiani, giovani ma molto credibili e affermati che seguo sui social, Giorgio Vulcano tanto per citarne uno. Mi piacerebbe realizzare una collettiva di “pittori emozionali”, che vedono nei colori primari e nel loro utilizzo e accostamento infinite possibilità creative.

Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi impegni artistici?

Perché i miei non sono solo impegni artistici, ma sono, soprattutto, momenti di aggregazione sociale e culturale, perché il desiderio alla base delle mie mostre è l’edificazione vicendevole. Il pubblico dovrebbe ricordarsi delle mie mostre perché non risparmio mai nulla di me stesso in una personale o in altro, perché ho bisogno di incontrare le persone e arricchire il mio sapere dal basso, dall’esperire, dalla condivisione di una solitudine che l’arte trasfigura in comunione. Le mie mostre sono momenti eucaristici, dove, insieme rendiamo grazie all’arte per averci riuniti ciascuno, secondo i propri carismi, in una comunità umana, che si eleva e si rispecchia nell’infinito dimenticando di essere finiti e limitati.

Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare l’arte in ambito scolastico, accademico, universitario e con quali metodi educativi esemplari?

Beh! Sono un insegnante, sarebbe terribile se non pensassi che l’arte nelle scuole o nella vita formativa dei giovani sia necessaria come lo è l’aria o l’acqua. I ragazzi hanno un grande vuoto non esistenziale, ma come amo dire io “testimoniale”; non hanno testimoni credibili della bellezza, hanno genitori devastati dalle difficoltà della quotidianità, hanno nonni che vanno in televisione a cercare l’amore se non il sesso, hanno professori annoiati e frustrati che vedono la scuola come un porto franco per un vitalizio sicuro, hanno parenti che si comportano da adolescenti, convivono con la complessità. La tecnologia li ha aiutati in molte cose, in altre li ha privati della bellezza della semplicità. L’arte a scuola è l’unico linguaggio che li avvicina alla verità umana, alla fragilità, al sapersi rialzare, ma anche al sogno, all’ambizione sana, al progetto responsabile di vita. Forse, se sono fortunati troveranno un docente che sa indicare loro la luna e non il dito. Il segreto sarebbe applicare le tecnologie all’arte. Questo sarebbe un metodo utile e significativo. Un segreto che poi così segreto non è! Ma tanta strada ancora dobbiamo fare nell’ambito dell’educazione formale... non si può apprezzare un’opera di Caravaggio seppur proiettata su una lavagna multimediale di ultima generazione, ma che è fissata a un muro scorticato di una fredda e umida aula scolastica con i vetri sporchi e il pavimento col linoleum usurato. Non si apprezza un bel quadro in una cornice rotta. Ma su questo punto potrei fare una conferenza. Mi fermo qui.

Prossime mosse?

Al momento, ho in previsione una mostra a Roma, aspettiamo il patrocinio dei municipi coinvolti. Ho appena inviato una mia opera in Francia per un mio collezionista. In questi giorni ho presentato un progetto al MAXXI di Roma, dal titolo “Virus Quotidiano”; sono in attesa. A Pasqua dovrei essere con una mini personale a Taranto, in queste ore si va definendo un progetto espositivo “on the road” - non posso dire di più - che vede coinvolte città come Bari, Torino, Pinerolo, Bologna. Per Pentecoste sto lavorando a un progetto espositivo a Rio de Janeiro. Tutto pandemia permettendo.

Che futuro prevedi il futuro?

Luminosissimo. Citando il film “Il cavaliere oscuro” di Harvey Den: “La notte è più buia subito prima dell’alba. E io vi garantisco che l’alba sta per sorgere”.

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