Intervista alla poliedrica artista-performer Eugenia Serafini

25 Febbraio 2021 Redazione A&S 886

Le Giralune, installazione di Eugenia Serafini presso Tolfarte 2013 (foto di Valter Sambucini)

La redazione di Arte & Società è lieta di proporvi una esaustiva intervista alla poliedrica Eugenia Serafini. Artista, scrittrice e performer capitolina di esperienza internazionale, è stata Docente di Storia dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Carrara negli anni Novanta, dell’Accademia dell’Illustrazione e della Comunicazione Visiva di Roma dal 2000, e Docente di Disegno dell’Università della Calabria nel Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria, dal 1999 fino al 2013. Tra il 2006 ed il 2007 ha tenuto un “Workshop di Installazione performativa” presso l’Accademia d'Arte Drammatica "Pietro Scharoff" di Roma. L'intervista è stata condotta dal nostro insostituibile critico d'arte, il sociologo Maurizio Vitiello.

Intervista a Eugenia Serafini

Puoi parlarci dell’inizio del tuo percorso artistico? Quali sono state le motivazioni che hanno regolato le tue scelte in questo campo?

A sette anni ho scritto il mio primo romanzo: immaginavo di fuggire di casa e attraversare i mari vivendo avventure fantastiche. Scrivevo, disegnavo, fantasticavo tutto il giorno giocando nel bellissimo giardino che circondava la mia casa: un giardino ricco di essenze, di fiori, di nascondigli introvabili dove nessuno poteva cercarmi. Ho cominciato così. Poi è stato tutto un gioco di fantasia. Ma non una fuga dalla realtà: piuttosto un modo di interpretarla, di capirne i significati nascosti, quelli in ombra, i meno accessibili a un occhio disattento o superficiale. Anche un modo per comprendere gli altri e amarli.

Sei un’artista poliedrica: preferisci più la body-art, la mail-art, la pittura o la plastica?

In realtà amo tutte le forme espressive, e mi piace ricercare tecniche nuove e materiali nuovi. Mi sembra tuttavia che unire installazione e performance mi dia una possibilità in più di espressione: è come se chiamassi il pubblico dentro un mondo magico, che io sola posso evocare ma nel quale ognuno può entrare e aggirarsi attivando la propria fantasìa. È un’arte totale, una sorta di esperienza quasi sciamanica nel sollecitare tutti i sensi, nel provocare commozione, nello spingere il pubblico a cercare e confrontarsi con dimensioni altre.

Ti sei mossa più a Roma o hai preferito altre città?

Amo i rapporti internazionali: mi piace andare a vedere in giro per il mondo che cosa succede, dove va la fantasia degli altri, come si esprime, come si confronta con i grandi temi della vita, con il sogno, con il dolore, con la gioia e la speranza. Come si oppone all’ingiustizia e all’omologazione: come resiste alla venalità, all’esteriorità. Come nasce, come vive, come muore: l’uomo e l’arte e la fantasia e l’amore e la tenerezza. Ma anche andare a vedere le piccole cose di ogni giorno. Andare al mercato delle spezie, della frutta e della verdura: spettacolo impagabile, una festa di colori e odori che ti dà il polso di un popolo. Sono stata chiamata in Simposi d’Arte, lezioni universitarie, mostre negli Stati Uniti d'America, Francia, Germania, Egitto, in Macedonia, in Romania, Brasile. In Transilvania ho fondato Il Museo di Arte Contemporanea "Micu Klein", a Blaj, con il mio amico pittore Horea Cucerzan e altri artisti e a Craiova il prof. George Popescu, docente di Italianistica all’Università e poeta, ha tradotto in romeno (NdR: anche Pasolini) la mia raccolta di poesie “Piccola utopia: frammenti per un ideale”, pubblicate nel 2001 dall’editore prof. Valentin Dascalu con la sua casa editrice "Cugetarea Tigero" a Craiova, portandomi poi in giro per la regione di Jud a presentarle. Su e giù per il Danubio, su e giù per strade sterrate e strade asfaltate lungo le quali sfilano ancora dondolandosi le oche bianche. Oglinda Sufletului è il titolo della plaquette e i ragazzi del Liceo Teoretico di Bechet recitavano le mie poesie e mi festeggiavano con canti e danze nell’Aula magna del Liceo, e lo facevano per me: un'Artista che veniva da così lontano. Ho vissuto emozioni profondissime.

Le azioni che fai seguire ai tuoi itinerari mentali, sono frutto di ulteriori gestazioni e/o sono assunti di un contesto di brevità espressiva?

Non è facile risponderti: ci sono cose che sono dentro di me da sempre: emozioni, passioni, rabbia, istanze sociali, tenerezza e, perché no, trame epiche che affiorano dal mio tessuto culturale – tra l’altro sono laureata in Lettere classiche e ho frequentato la Scuola Nazionale di Archeologia di Roma – e tutto questo concorre ad agitare dentro di me una sorta di pulviscolo fertile che prima o poi scaturisce nella creatività. Parto quasi sempre da un’intuizione poetica, che si trasforma in scrittura e contemporaneamente si materializza in forma di installazione o di scultura leggera o altro. Un suono, un’emozione, un sentimento mettono in moto dentro di me una serie di reazioni a catena che mi creano uno stato di tensione fortissima, quasi una sorta di sofferenza fisica, finché non realizzo l’opera. Poi, dopo, tutto è chiaro davanti a me e si esprime in un ciclo di trenta, quaranta opere, sempre articolate nello spazio e accompagnate dalla parola poetica performativa.

Puoi sostanziare i tuoi ultimi riferimenti e le problematiche visive che hai ampiamente saggiato in acute analisi e riflessioni?

Non mi propongo un argomento, un tema: è l’opera stessa che si materializza da sola, che fluisce senza che io possa trattenerla o imporle una soluzione anziché un’altra. C’è qualcosa dentro di me che ha bisogno di manifestarsi con parole o gesti o colori e solo all’ultimo io so di cosa si tratta. A volte passano mesi prima che riprenda un certo tema già iniziato; a volte invece devo lavorare giorno e notte per lo stesso ciclo, finché non si placa la fortissima spinta iniziale. Mi rendo conto, tuttavia, che una volta che ho iniziato un certo ciclo, questo non muore più dentro di me ma continua a esistere e produce parole e opere (performance, poesie, installazioni, cicli pittorici) anche dopo moltissimi anni: è come se una volta aperta una fonte, da questa continuasse a scaturire acqua per sempre. Amo la natura e l’ecologia e sento fortissima la tensione cosmica, sono sensibile alle istanze sociali, all’amore, alla vita, alla sofferenza dei deboli e non accetto le dittature: alle problematiche che ne scaturiscono ho lavorato per tanti anni creando diversi cicli artistici (cito per brevità “Le vie del sacro”, “Con la testa fra le nuvole”, “Ho un sogno: la pace”) e andando a curiosare tra i più diversi materiali per realizzare le mie opere: dalla carta a mano profumata di spezie egiziane e realizzata da me stessa, alla tela, alle lastre di metallo (per le mie sculture leggere), al silicone, al PVC...

Su cosa stai indagando ultimamente?

Sto indagando la figura femminile nei suoi risvolti psicologici e nel suo impatto sulla comunicazione, i media e la società: trovo che la donna è più complessa, ambigua, insinuante, ha una personalità più ricca di sfaccettature rispetto all’uomo ed ha un impatto fortissimo sul costume; basta pensare alle modelle dei grandi stilisti, alle veline, alle attrici, le cantanti che si trasformano in vere e proprie “icone” per figlie e madri. Ma ritengo l’immagine femminile interessante anche perché capace di opporsi con un recupero insospettabile alla globalizzazione e alla banalizzazione mediatica. In fondo è sempre lei che custodisce, su incarico della natura, il compito di perpetuare la specie umana. Attualmente però è il problema delle migrazioni che è esploso in una forma talmente violenta e ripetitiva, che non ho potuto fare a meno di affrontarlo nel ciclo della mostra personale “Omaggio a Boccaccio: Africa 2013” ed esposta a Berlino, a cura del critico prof. Carlo Franza, penso infatti che il grande scrittore ne avrebbe fatto argomento delle sue Novelle.

Ultima domanda: secondo te, su quali pregiudiziali deve muoversi l’arte contemporanea?

La sincerità, principalmente verso sé stessa. Non mi piacciono i bluff, né le arroganze: ritengo interessante guardarsi dentro, in profondità, scavare nel cuore e lasciare andare la mente inseguendo segni, colori, pulsioni, commozioni.La curiosità intelligente è una delle cose più belle di cui disponiamo: non stancarsi mai di andare a vedere un po’ più in là, ancora e ancora…

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