La poesia nei colori dell’artista iracheno Muayad Muhsin (articolo + foto + video)

3 Febbraio 2021 Redazione A&S 1534

Nella foto: il pittore surrealista iracheno Muayad Muhsin al lavoro.

Spesso i salotti culturali hanno un ruolo molto importante nella divulgazione di un determinato artista o dell'Arte in generale, creando così sinergie creative molto proficue tra artisti ed intellettuali. Proprio come nel caso dell’artista iracheno surrealista Muayad Muhsin e del salotto culturale J’nan Argana che ha deciso di dedicargli – nonostante le difficoltà dei tempi e delle distanze – una mostra personale virtuale dal titolo "La poesia nei colori di Muayad Muhsin". Svoltasi il 10 Dicembre 2020, la personale di Muhsin ha visto – oltre alla presenza dell’artista stesso – la partecipazione della storica dell’arte Annamaria Piemonte, della pittrice Lucilla Trapazzo, del poeta Alì Al-Shellah (entrambi da Zurigo), del poeta-regista Salvatore Nappa, della poetessa Dalila Hiaoui e della scrivente, la giornalista Rita Felerico.

Nato il 19 Aprile 1964 a Babilonia, in Iraq, Muayad Muhsin ricorda di aver iniziato a disegnare alla tenera età di quattro anni: Da bambino vedevo la strada da casa a scuola come un paradiso per studiare e disegnare oggetti, gli uccelli, i gatti che incontravo sul cammino, il nostro vecchio divano, il cortile della scuola e il luogo del cassonetto. Mi consigliarono, nel tempo più volte, di lasciare il disegno, perché con il disegno e l’arte non si guadagna tanto, ma ho tenuto duro.

Muhsin ha così frequentato l'Art Institute di Baghdad dal 1979 al 1984: I giorni di studio all'Istituto sono stati gli anni d'oro della mia vita, il mio talento cresceva nonostante il momento difficile che attraversava il mio Paese (NdR: era il periodo di Saddam Hussein), i disordini politici nazionali, la pressione sulle libertà mentali propinata alla sanguinosa dittatura e dal suo regime.

Terminati gli studi, Muhsin fu arruolato nell'esercito e costretto a combattere nella guerra Iran-Iraq, dal 1984 al 1989, e nella guerra del Kuwait, dal 1990 al 1991, tanto che con rammarico ricorda: Durante il mio servizio militare, il pennello non ha mai toccato la mia mano né la penna ha disegnato.

Dopo la guerra, l’artista ha affrontato – per essere contrario al regime – un lungo periodo di grande povertà, senza tetto, senza lavoro, ma la sua passione è stata più forte della miseria e ha alimentato la innata determinazione di divenire pittore. Guadagnava vendendo le sue opere nelle gallerie e nell'area del mercato di Al-Karada a Baghdad. Spesso è stato definito un surrealista.

Muayad Muhsin non ha mai abbandonato la sua terra, ma sue mostre si sono svolte negli Emirati Arabi, a Parigi, a Tripoli, in Palestina ed anche in America al Customs House Museum and Cultural Center di Clarksville (Tennessee) nel 2006. Le sue opere sono ricche di simbolismo, legate alla storia e ai paesaggi della regione mesopotamica, ambientate come se fossero scene teatrali e cinematografiche. In un articolo sul quotidiano Al Mutamar del 29 Luglio 2003, il giornalista Salam Harba scrive: Muayad ha costruito il suo mondo usando i resti del mondo antico, i resti dei miti, i pensieri, i valori.

Fra le innumerevoli parole che descrivono l’artista e il suo lavoro, per parlare di Muayad ne sceglierei in particolare tre: Dolore, Natura e Arte. Dolore perché tutta la sofferenza vissuta sulla sua pelle e dentro la sua anima traspare dalle figure, senza testa, ovvero senza identità, violentate nella libertà, protagoniste di cammini senza meta, di disquilibri, di disorientamento. Nonostante tutto il dolore, percorrono sentieri che vogliono essere percorsi di rinascita; le uniche figure ‘complete’, non a caso, sono i bambini, le donne, i vecchi saggi, ovvero il ritorno alle radici, alle origini, alla memoria perché il dolore è tutt’uno con il dolore della sua terra. Natura perché oltre i deserti provocati dalla disumanità degli atti umani in una natura trasfigurata dallo sfregio della disumanità si possono ancora raccogliere i simboli e le tracce di una civiltà che ha segnato la storia dell’umanità, tracce di conoscenza che possono essere ancora di salvezza, motivo per continuare a lottare. Questi cocci rotti della storia non sono scarti, anzi occorre proprio partire da questi per costruire il nuovo. Arte perché solo l’arte può farci comprendere – come linguaggio necessario – questo cammino di sapienza, per questo e in particolar modo la sua arte non è ‘surreale’, ma proprio perché parte dalla realtà delle cose è unica a sottendere e realizzare il vero della vita.

Prima di concludere questo articolo ci sembra doveroso fornire una breve descrizione delle attività del salotto culturale: J’nan Argana: il paradiso di Argan nasce da un’idea della poetessa marocchina Dalila Hiaoui, da anni residente in Italia, sua seconda patria, ha infatti da poco ricevuto la cittadinanza italiana. Hiaoui è molto attiva nel panorama culturale nazionale marocchino ed internazionale dal 2002. Il nome iniziale del salotto era Arti e Culture, ma dopo l’attentato terroristico che colpì il caffè Argana nella piazza Jamae Lafna di Marrakech in Marocco, Dalila Hiaoui decise di cambiarne il nome e seminarlo, come un albero magico, nel cuore di quel mondo letterario, storico, artistico che è l’Italia. Era il 2013, ed il salotto partì anche in diretta, due volte al mese, tramite il canale televisivo Argana TV via web, pensato e creato da Dalila e alcuni amici intellettuali. Oggi, il canale non c’è più, ma il salotto multilingue sì e dal 21 Marzo 2020 (in periodo pandemico) ha iniziato un percorso virtuale con appuntamenti settimanali, a volte anche due o tre. Si organizzano incontri su specifiche tematiche, dibattiti, serate di poesia, musica, mostre artistiche tramite la piattaforma Zoom, nel tentativo di accompagnare psicologicamente le persone anche durante la pandemia del COVID-19. Organizzato in arabo, italiano, francese, inglese e altre lingue, il salotto culturale può vantare numerosi incontri che hanno visto come ospiti numerosi artisti, poeti, filosofi, giornalisti, scrittori, specialisti della medicina cinese tradizionale, maestri del Sufismo, naturopati e tanti altri intellettuali.

Rita Felerico

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