Procida, la Cultura di una Capitale. Breve saggio dello scrittore Sergio Zazzera (articolo + foto)

1 Marzo 2021 Redazione A&S 1472

Avete presente il biblico combattimento fra Davide e Golia? Ecco, è proprio così che ho immaginato la corsa di Procida al titolo di Capitale Italiana della Cultura 2022. Certo, gareggiare contro città come L’Aquila, Ancona, Trapani – a tacer delle altre – dava l’idea di correre una Maratona tutta in salita, ma tant’è: il sasso ha colpito il gigante, ovvero l’isoletta, alla fine, l’ha spuntata.

Del resto, a leggere la motivazione della scelta ci si rende conto che a fare quella differenza che ha determinato il risultato è stata, sicuramente, l’offerta di cultura a trecentosessanta gradi, che l’isola, diversamente dalle altre località concorrenti, ha potuto mettere sul piatto. Anzi, in realtà, più che di “cultura”, credo che si possa – e si debba – parlare di “culture”, come farà il periodico che dirigo, Il Rievocatore, che già per la prossima estate sta programmando (col permesso del virus) una serie d’incontri, sotto l’etichetta “Culture per una Capitale”.

Procida, infatti, è in primo luogo storia: storia “subìta” – quella dei signori e, poi, dei re che l’hanno dominata –, ma anche storia “fatta”, quella che gli uomini – capitani, marinai, armatori, pescatori – hanno elaborato sul mare e un clero ultrapotente ha realizzato sul territorio. Una storia, quest’ultima, alla quale anche le donne, nel loro piccolo (diciamo così) hanno dato un valido contributo, col loro lavoro di filatura, tessitura, ricamo, produzione del filo di seta.

Procida, poi, è anche tradizione: anche qui, prima fra tutte, quella religiosa, il cui culmine è segnato dai riti della Settimana santa, con le celebri processioni che si snodano per le strade dell’isola, dalla sera del Giovedì santo a quella del giorno successivo, e che ruotano intorno alla statua lignea settecentesca del Cristo Morto, scolpita da un artista del calibro di Carmine Lantriceni. Né può essere trascurata l’altra tradizione, quella laica, che si articola, da una parte, nella direzione della cucina locale (piatti di pesce, parmigiana di melanzane, coniglio alla procidana, pizze ripiene dolci e salate) e, dall’altra, in quella incentrata sul ruolo primario del mare, esaltato dalla “Sagra del mare” estiva, che si rinnova ogni anno, a partire dal 1939. Per non dire di un’altra tradizione, sospesa a mezz’aria tra il religioso e il laico, vale a dire, quella del Quatrìddo, reliquiario dell’Iconavetere di Foggia, nel quale anziane donne, fino a epoca abbastanza recente, asserivano di poter leggere il presente ignoto.

Procida è anche arte, espressa dai pennelli e dai colori di Cecco da Procida (Francesco Ambrosino), Camilla Mazzella, Teresa Barone, Antonio Sdina, Antonietta Righi, fino a Luigi Nappa; e mi scuso con quanti, per brevità, non ho menzionato [NdR: Franco Lista, Carmine Rezzuti...].

Procida è, ancora, immagine letteraria, dall’epoca del Grand Tour – con Lancelot-Chrétien Turpin de Crissé e, soprattutto, con Alphonse de Lamartine e la sua celebre Graziella –, fino ai viaggiatori dell’Ottocento – Giovanbattista Bazzoni, Julien Sacaze – e ai tanti scrittori e personalità della cultura di tempi a noi assai più vicini – prima, fra tutti, Elsa Morante, con L’isola di Arturo, ma anche Alberto Moravia, Marino Moretti, Alberto Mario Moriconi, Cesare Brandi, Giuliano Montaldo, Romolo Runcini –. E va detto che l’interesse della letteratura per l’isola si perpetua, tuttora, con la manifestazione “Procida racconta”, che vede impegnati scrittori di tutta l’Italia nella narrazione di fatti e di personaggi dell’isola.

Procida è anche cinema: dalla Graziella di Giorgio Bianchi (1954), a L’isola di Arturo di Damiano Damiani (1962), fino a Il Postino di Michael Radford e Massimo Troisi (1994), senza trascurare manifestazioni, come “Il vento del cinema” di Enrico Ghezzi e il “Procida film festival” ideato dal compianto Fabrizio Borgogna.

Procida, infine – ma non da ultimo –, è natura, con i suoi orti traboccanti di limoni e con il mare che la circonda, con le sue albe e i suoi tramonti, con gli scorci panoramici che offre da terrazze, belvedere e strade a mezza costa disseminati lungo tutto il suo perimetro. Non credo che si debba aggiungere altro, perché possano apparire chiari i motivi dell’attribuzione del titolo. E scusate se è poco.

Sergio Zazzera

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