Valter Vari / Note critiche

25 Febbraio 2022 Redazione A&S 310

NELLA FOTO: VARI CRITICA.

TESTO CRITICO #1
(di Giulia Capone su "Inside art", 2019)

Policromia urbana
Valter Vari crea nuovi racconti, attraverso il riciclo, la stratificazione e la riflessione sui luoghi. È un inedito dialogo tra le parti quello che prende forma dall'intreccio tra la storia di oggetti dimenticati e l'intervento gestuale e cromatico dell'artista sulla materia. Sono le tracce naturali e umane a diventare la fonte d'ispirazione per la creazione di opere d'arte. L'artista romano offre così un'altra realtà, vitale, e una seconda genesi a ciò che trova: «Il mio è un lavoro sul recupero e sul riciclo – racconta Vari – la stratificazione è la storia degli oggetti stessi ed è su questa realtà che agisco, dando alle cose un nuovo contesto, una nuova vita». Gli oggetti recuperati in luoghi di fortuna, per strada o dai rigattieri, portano i segni degli ambienti che hanno abitato e le tracce dell'uso che ne è stato fatto; attraverso il riassemblaggio e la ricontestualizzazione della materia questi frammenti del passato diventano parte integrante di un nuovo discorso. Pezzi di vecchie macchine agricole compongono scheletri di dinosauri, ma anche materassi e tessuti come canapa e iuta reimpiegati come tele, e intonaci, cavi elettrici, lenzuoli, termosifoni, sono le forme residuali che vengono riscattate e trasformate dall'intervento gestuale dell'artista. Ed è l'occasione che offre lo spunto per la rielaborazione. «Quando vengono attivate nuove dinamiche – spiega Vari – bisogna lasciare agli oggetti la propria storia. Spesso li la - scio per molto tempo a “decantare” in casa o nello studio, poi quando si presenta l'occasione li riprendo e ci lavoro su per dare loro un nuovo senso». L'artista sin dal 1996 realizza diverse mostre e interventi nel tessuto urbano; e nei suoi quadri, nelle sue sculture e installazioni non solo riemerge la testimonianza di ciò che è stato, ma il loro significato e la loro funzione si rivelano connessi alla situazione, allo spazio e all'evento. «Nei miei progetti – continua Vari – il luogo in cui espongo le opere è fondamentale. Il concetto di genius loci è spunto e stimolo per dare forma alle mie installazioni. Per esempio, quando ho realizzato Eni(g)ma, la mostra alla galleria Massenzio Arte a Roma, ho voluto mantenere vivo il ricordo della stele di Axum che si trovava nelle vicinanze dello spazio espositivo, facendone un negativo». L'artista infatti, è anche architetto ed è nei luoghi che rintraccia l'opportunità e la fonte d'ispirazione per le proprie opere, riflettendo costantemente sullo spazio e sul contesto. Ad esempio, nel 2014 in Ultima cena, opera realizzata ai Rifugi antiaerei di Colleferro, piatti in metallo acquistati precedentemente da un rigattiere e provenienti dal carcere di Roma sono stati rivitalizzati dall'uso del pigmento colorato, acquisendo un nuovo significato. Accade la stessa cosa per Tracce in città, la mostra ospitata a Fondamenta. La ragion d'essere delle opere è infatti l'abitare un ambiente urbano. «Tutti i lavori – racconta Vari – affrontano il tema della metropoli, che prende forma in relazione al luogo. L'opera site-specific Terremoto in città viene assemblata direttamente nello spazio espositivo. L'installazione è composta da una serie di vecchie mensole, che sono appoggiate un po' inclinate perché entrino in dialogo con lo specchio, appoggiate su basi in plexiglas al cui interno sono collocati dei calcinacci. Un'altra opera è composta da elementi di recupero triangolari, sospesi, sui quali sono intervenuto con il pigmento. Da qui il titolo La città spaziale. L'idea è infatti una città costruita su diversi piani con elementi colorati che richiamano uno spazio abitabile». Ci sono una prassi e una soluzione formale che si ripetono senza soluzione di continuità in tutta la sua ricerca: l'aggiungere strati di colore sulle superfici, che in questa riflessione sulla città diviene per l'artista procedura per verificare diverse visioni e configurazioni dello spazio urbano. Un'indagine declinata anche nella forma pittorica: otto trittici tra cui Fuoco in città, Città di notte, Città-giardino e Città nel deserto. «Per realizzarli – continua Vari – ho utilizzato una tecnica a stampa che ho già sperimentato: il rullo. Al suo interno inserisco i colori, per lo più primari, secondo il risultato che voglio ottenere e poi li stendo sulla tela. A questi campi colorati astratti si sovrappongono delle strisce bianche che possono essere interpretate come forme architettoniche. L'operazione si svolge in uno spazio-tempo limitato e definito: l'opera si forma nel momento stesso in cui il rullo viene fatto scorrere sulla superficie». L'artista lascia poi colare sulla tela densa materia cromatica che scivola direttamente dal barattolo, recuperando una dimensione fisica celata dall'automatismo della stampa. In Tracce in città, Vari, in una dimensione di continuità, prosegue la ricerca sulla stratificazione materica, fondendo l'elemento preesistente, la tecnica a stampa, l'intervento manuale e il colore, nel segno di una poetica rigorosa e personale.


TESTO CRITICO #2
(di Massimo Locci, 2016)

ORME
In questa esposizione alla Galleria Campioli Valter Vari presenta i suoi nuovi lavori, realizzati con tecniche varie e composti da legno, garze, fili e forme da scarpe dipinte. Da queste ultime discende il titolo della mostra 'Orme'. I fili definiscono uno spartito musicale e le forme da scarpe rappresentano le note ma, anche, le figure umane che lasciano reali segni del loro passaggio sulla terra, impronte di vita nello spazio. La composizione è una palese sinèddoche, cioè un procedimento linguistico-espressivo che consiste nell'attribuire a una parte i significati del tutto: le forme da scarpe rappresentano i piedi, quindi gli uomini e la società; le orme alludono al vissuto, agli eventi, alla Storia. Già in passato, nel 2005, Valter Vari aveva lavorato sul tema delle tracce ("Tracce su iuta", "Tracce su piombo", "Tracce su resina") legando il segno prodotto da un rullo tipografico al movimento lento e all'azione sistematica dell'operatore. In quel ciclo aveva contrastato la ripetitività della tecnica grafica intervenendo solo con sovrapposizione di materia-colore: ne aveva poi misurato gli effetti "casuali" (striature policrome) sulle diverse materie di supporto. In quel caso, grazie alla tecnica veloce e ai pochi tratti essenziali, emergeva una fluidità narrativa, lo scorrere del tempo e la varietà poli-sensoriale del vissuto. In questi nuovi lavori Valter Vari realizza un vero sconfinamento disciplinare: dall'antropologia all'arte, dalla dimensione sociale all'estetica, dalla memoria del lavoro agricolo e artigianale all'idea di spazio morfologico. Le nuove composizioni diventano tridimensionali e le aggregazioni non sono più frutto del caso, ma discendono da un 'gioco sapiente' di relazioni geometrico-proporzionali. Sono esito di stadi attuativi differiti nel tempo, in cui i vuoti, gli spazi residuali, sono altrettanto importanti quanto le forme piene. Le 'orme' costituiscono una modalità interpretativa, di una vicenda e/o di un contesto, reale o solo immaginato; rappresentano una procedura metodologica, un'ermeneutica per capire e prefigurare un sito, un modo di ragionare sullo spazio costruito attraverso addizioni, addensamenti, deformazioni e ripetizione di elementi. Allo stesso tempo i pentagrammi rappresentano un sistema di relazioni ordinate ed, essendo Valter Vari anche un progettista, si può immaginare che gli stessi e le singole parti possono rappresentare anche disegni di città fantastiche e architetture libere, cioè interpretazioni astratte e atopiche dello spazio. Le aggregazioni, per altri versi, sono interpretabili come figure plastiche senza tipologie reali e prestabilite, che traggono ispirazione solo dal contenitore della propria esperienza visiva. Nella rappresentazione l'architettura viene assorbita come memoria e rappresentata come figura a se stante. Lo spazio fruibile si trasforma quindi in simbolo, da protagonista si tramuta in comprimario. Risulta pertanto un archetipo, come viene inteso da C.G. Jung, cioè prodotto della memoria collettiva. Lo spazio prefigurato da Valter Vari, in virtù dell'interdipendenza delle parti, è immerso in un universo comunicativo e relazionale; egli stesso è costantemente alla ricerca di strumenti per una migliore trasmissione e comunicazione della propria visione espressivo-sensoriale. Nello specifico ricerca lo spazio della Storia dell'Arte e dell'Architettura; territori che devono essere attraversati e vissuti, ma anche valutati in relazione alla cultura che li hanno prodotti, quindi indagando le componenti sociali, storiche, antropologiche, tecniche e teoriche. Inoltre, essendo le orme vere e proprie tracce permanenti dell'esperienza vissuta dalle generazioni che ci hanno preceduto, le stesse evocano ancora ricordi ancestrali. L'artista propone, infatti, una lettura a-storica che è ben sintetizzata dall'assioma di Edward Carr ""La storia consiste essenzialmente nel guardare il passato con gli occhi del presente e alla luce dei problemi del presente"". L'intenzione è individuare valori da sostenere, rileggere, interpretare e amplificare legando l'esperienza storica agli indirizzi reali, in un arco temporale che dal passato ci riconduce al contemporaneo. Anche la componente zoomorfica, le sembianze di animali preistorici (i ""Dinosauri"") cui le aggregazioni di componenti meccaniche riciclate ci riconducono, più che un gioco arbitrario risulta essere un esercizio interpretativo del mito e dell'archetipo, per dissolverne il potenziale evocativo in un repertorio di referenti più vasto possibile e lasciando aperta la possibilità di esplorare forme finalmente nuove, dove sia difficile riconoscere persino archetipi e fantasmi ancestrali. Tra tempo sospeso, sogno e memoria, i collage di Valter Vari ci riportano a un mondo scomparso, a una condizione conciliata che non crea turbamenti o conflittualità. La capacità di assemblare immagini preesistenti va intesa, dunque, come una modalità per lavorare negli interstizi che la storia lascia aperti, come una necessità di verifica sulle potenzialità inespresse nei linguaggi contemporanei.


TESTO CRITICO #3
(di Simonetta Serangeli, 2003)

Su “Il Pentagramma della vita”
Dimensione esistenziale della vita che Valter Vari traduce in tensioni emotive; opta a favore di un linguaggio essenziale quando traccia percorsi verticali, che ospitano vibrazioni segnico-formali, presenze che divengono ricordi, accadimenti formali ben delineati; impronte sagomate sono nette presenze colorate senza tempo, vagamente riconoscibili, che si disciolgono e sembrano danzare sul pavimento sotto lo sguardo attento dello spettatore. Il percorso stilistico di Vari va dal figurativo, all’astratto-informale per utilizzare nell’ultima fase della ricerca materiali moderni come plastiche, inchiostri tipografici, carte da parati ecc. Questo artista sviluppa le sue ‘melodie’ all’insegna di un progetto grafico che vede qui riproporre una sorta di pannello, appunto un ‘Pentagramma della vita’, un palcoscenico sul quale si depositano e sedimentano, adagiandosi, forme ripetute secondo serialità gestuale, orme che testimoniano ricordi di precisi accadimenti. Non si tratta di un nuovo alfabeto segnico ma di immagini sequenziali chiare o appena accennate, di per se stesse significanti e pronte a ricordare in chi guarda che tutto è... mutevole e fuggevole come la nostra contemporaneità!


TESTO CRITICO #4
(di Roberto Gramiccia, 2002)

Sulle installazioni “Dinosauro 2” e Cles/sidre
Valter Vari è un artista paziente, capace di collezionare e mettere in successione pezzi di macine di cemento per ricostruire il suo “Scheletro di dinosauro”, come di allineare tondi recipienti di vetro che contengono sabbia, dopo aver lasciato nella sabbia la loro impronta in una allegoria efficace della dimensione spazio-tempo.


TESTO CRITICO #5
(di Massimo Locci, 2001)

Sulle sculture della serie “Terracotta”
L’opera di Valter Vari ha radici nell’espressionismo astratto e nell’informale. Egli sembra programmaticamente orientato verso un assolutismo formale, un azzeramento della rappresentazione e della valenza materica. Il suo linguaggio è trasversale, in quanto sintesi di precedenti ricerche artistiche, ma è anche selettivo, in quanto conseguenza logica di valutazioni estetiche che gli appartengono e che sono la premessa per la riscoperta delle avanguardie artistiche del ‘900. La propensione astratta è, come già per il Suprematismo di Malevic, la manifestazione della supremazia del significato rispetto al significante, della sensibilità interpretativa nei confronti della rappresentazione, l’esaltazione del concetto a detrimento dei caratteri figurativi della comunicazione. Nelle formelle quadrate in terracotta l'assolutismo geometrico viene contaminato dal pattern materico e dalle fratture che l’artista stesso produce. Le trame derivanti dalla ricomposizione delle forme (saldature-cuciture) rappresentano un suo linguaggio per segni, una sorta di grafismo elementare. Questi segni non appartengono all’universo simbolico, in quanto non fanno riferimento ad alcuna raffigurazione del reale, né rappresentano una forma di scrittura, in quanto frutto di un processo non codificabile e non ripetibile. Questi segni sono la manifestazione di un impulso automatico, di un gesto trasgressivo che lo porta a spezzare le lastre: programmaticamente non possono rispondere ad una logica razionale, a un rigore compositivo. Anche in questo caso siamo di fronte ad una azione corrosiva, di rottura di simboli, una manifestazione di disagio dell'artista rispetto a ciò che gli accade intorno.