Luciano Basagni / Critica

15 Aprile 2024 Redazione A&S 82

NELLA FOTO: BASAGNI CRITICA.

TESTO CRITICO #1
(di Rosario Pinto, 1980)

C'è nell'opera di Luciano Basagni un'ansia di ricerca e di studio, che esplora le possibilità estreme di una tecnologia convenzionale fino a scoprirvi, dall' interno, i modi per piegarla ad una tensione compositiva, per essa, affatto inusitata. Basagni non compie il gran salto del rifiuto completo della referenzialità figurativa, anche se essa rimane spesso come momento rarefatto di filtrate tensioni espressive. Il segno è, cioè, nella prospettiva di un richiamo iconologico, un rimando connotativo, che esprime ed evidenzia una sua intima e propria vitalità al di là e al di fuori del suo stretto essere denotative. Basagni conosce le lusinghe e le trappole di una figuratività intensamente concepita. Per tale motivo la emargina relegandola negli angoli delle sue tele, o ai bordi e riservando, comunque, ad essa una percentuale minima di spazio. Le riserva, tuttavia, quel tanto di spazio che basta, saremmo propensi ad annotare, per solo qualificare una significazione oggettiva, senza attardarsi in essa, ma per trascenderla anche al di là di ogni impasse di tipo simbolistico. Per questi motivi l'opera di Basagni si qualifica come precisa indagine artistica della condizione umana e sociale, come filtro analitico del plateau culturale di cui è essa stessa parte. La dimensione critica intimamente connessa con la creatività di Basagni è l'ultimo punto su cui varrà qui soffermarci, per cogliere fino in fondo i passaggi significativi delle sue creazioni.


TESTO CRITICO #2
(di Franceso Ribolla, 1982)

Evitando ogni tentazione schematica, sorretta dalla consapevolezza di questo rifiuto, la pittura di Basagni oscilla fra due tensioni: necessità di evidenziare negli oggetti comuni l'aspetto metafisico e, allo stesso tempo, ricerca di uno stile che sfugga al didascalismo consolatorio, tipico di certe scuole. Originalità dunque, ma mai fine a sé stessa se persino nei titoli l'autore segue un apparente astrattismo estraneo a dei canoni prestabiliti. Un operatore, Insomma, giovane sotto ogni aspetto nel panorama poco rassicurante delle 'nuove tendenze'.


TESTO CRITICO #3
(di Maurizio Vitiello, 1982)

Nel 1981, Luciano Basagni espone alla Galleria Dehoniana di Napoli. "Sisma+Sisma" il titolo della fotoesposizione. Ma, ora credo che questa mostra sia la conseguenziale e valida revisione pittorica di ciò che è stato fotografato e presentato lo scorso anno. Luciano Basagni non più su un piano di arbitrario orgasmo ma di oculata impostazione, espone molti lavori recenti e inediti legati da una ricerca bivalente fissata sulla rivalutazione di una prevalente dimensione coloristica e sul riattraversamento di un periodo che già possiamo definire storico, anche se uscito ieri dalla cronaca, che ha visto il "solito" Sud, la zona dell’osso, percorsa da un 'insulto' della terra. Intende, così, il giovane operatore partenopeo continuare a parlare un linguaggio semplice, ma al tempo stesso accattivante. E credo che si possa rilevare dalla lettura delle tele esposte una tendenziale apertura concettuale verso il contenutismo astratto, come ebbi già a scrivere in un'altra presentazione sempre per una mostra a Firenze.


TESTO CRITICO #4
(Maurizio Vitiello, 1990)

Con "Città allo Specchio: il Centro Direzionale di Napoli", Luciano Basagni intende attirare l'attenzione, non solo dei napoletani, su questo nuovo polo urbanistico, progettato dal famoso architetto Kenzo Tange. Questa "città nuova" nasce attigua ad un quartiere, già datato, della metropoli. Le immagini a colori, formato 30 x 45, realizzate tra Maggio e Luglio 1990, raccolgono impatti visivi che si stagliano sulle facciate a vetri dei palazzi di recente costruzione. L'occhio di Luciano Basagni, oltre a leggere l'incidenza coloristica che preme con il suo rimando azzurro, ha fissato il volto segnato, tra l'ocra, il rosso e il grigio, degli stabili antichi, addensati in zona limitrofa, e quello segmentato, ed ancora acerbo, dei palazzi che raccoglieranno enti, servizi di pubblica utilità e realtà commerciali. L'ambiente innalzato "filtra", nelle griglie dei vetri a specchio, il disarticolarsi della sua stessa linea architettonica.

(tratto dalla scheda della mostra "Città allo Specchio", 15 novembre 1990)


TESTO CRITICO #5
(Mario Forgione, 1990)

La precisione puntigliosa e la grande invenzione: due elementi, apparentemente dissimili, contraddistinguono l'opera di Luciano Basagni, fotografo di eccezionale capacità creativa e visionaria, forse ancora poco noto agli occhi di un'opinione pubblica che nell'ultimo decennio è stata bombardata da immagini angelicamente suadenti e diabolicamente devianti, precipitate io un enorme e olezzante calderone. Lui, Basagni, se n'è tenuto fuori, per scelta non so se voluta o obbligata. Sta di fatto che non ha sollevato né clamori né polveroni. Ora si presenta, come dire, alla ribalta cogliendo un'occasione quanto mai difficile e stimolante: il Centro direzionale, croce e delizia nel pano­ rama squinternato della pianificazione urbanisti­ ca di Napoli. C'è a chi piace e a chi no. Non mi pronuncio salvo che su un dettaglio emergente via via che il pulcino esce a fatica dal guscio: l'anonimato. Col rispetto dovuto a Kenzo Tange, la nota saliente è proprio questa, si traduce in un interrogativo: dove siamo? Quei fabbricati rilucenti sono ossessivi nella loro ripetitività. Uomini forti e coraggio­ si vi dimorano, tesi ai destini della città, impegnati e vincenti. Che occasione perduta per Jacques Tati! Luciano Basagni si confronta con questa nuova realtà. Il suo occhio - dice Maurizio Vitiello - oltre a leggere l'incidenza   coloristica che preme con il suo rimando azzurro, ha fissato li volto segnato, tra l'ocra, il rosso e il grigio degli stabili antichi, addensati in zona limitrofa, e quello segmentato, ed ancora acerbo, dei palazzi che raccoglieranno enti, servizi di pubblica utilità e realtà commerciali. L'ambiente innalzato «filtra», nelle griglie dei vetri a specchio, il disarticolarsi del­ la sua stessa linea architettonica. Ha ragione Vitiello (occhio critico e linguaggio sintetico), specie nel raffronto con quei fabbricati vecchi e cadenti - ora condannati ad imbellettarsi come tragiche maschere mortuarie - che circondano falsi avvenierismi e pseudo avanguardie architettoniche. Ha ancor più ragione Basagni, che si rifiuta di giudicare ma punta, con l'indice teso, sulla disarticolazione armonica, quasi invocando un'inversione di tendenza, un ritorno alla tolleranza, un richiamo all'inestinguibile senso d'antico che è restato a mezz'a­ ria, come appeso a un filo. Qualcuno - e so be­ ne chi - s'avanza, forbici in mano. Questa di Basagni è una mostra, che si inaugura Giovedì 29 Novembre negli spazi de «La Sezione Aurea» al civico 346 di via Posillipo, col titolo: «Città allo specchio», presentata da Maurizio Vitiello, promossa e curata da Stefania di Vincenzo e Salvatore Petrilli, con la collaborazione del Centro Studi Posillipo. L'inaugurazione della mostra coincide con un dibattito, moderato dallo stesso Vitiello, che prevede gli interventi di Aldo Capasso, Guido D'Angelo e Uberto SioJa sul tema «Riflessioni sul Centro direzionale». Le foto di Basagni (15 in tutto, formato 30 per 45) resteranno esposte tutti i giorni feriali dalle 18:00 alle 20:00, fino al 4 Dicembre.

(tratto dall'articolo "La Sezione aurea presenta le immagini di Luciano Basagni sul Centro direzionale" su "Napoli Oggi" del 29 Novembre / 5 Dicembre 1990)


TESTO CRITICO #6
(di Benedetto Gravagnuolo)

«La città allo specchio» è il titolo suggestivo di una mostra fotografica di Luciano Basagni, dedicata al Centro Direzionale di Napoli ed allestita negli ambienti della «Sezio­ne Aurea» in via Posillipo. L'esposizione verte su immagini «non celebrative» - come ha sottolinea­ to Maurizio Vitiello nel presentarla - che «raccol­ gono impatti visivi che si stagliano sulle facciate a vetri dei palazzi di recente costruzione. L'ar­chitettura insomma è solo il pretesto per una ri­cerca spiccatamente fotografica, piuttosto che per tma rappresentazione analitica sul costruito. Ciò nonostante l'inaugurazione della mostra ha offerto l'occasione per un dibattito sul Centro Di­rezionale, al quale come avevamo riferito, hanno preso parte l'On. Guido D'Angelo, ex-presidente della Metedil, Uberto Siola, preside della facoltà di architettura, ed Aldo Capasso, docente di tec­ nologia presso la stessa facoltà. Ed è stata un'occasione quanto mai opportuna, se si considera l'attuale diffuso desiderio collettivo di discutere sulle questioni urbane. Non solo i tecnici, ma tut­ ti i cittadini vogliono oggi essere informati sul modo in cui si sta trasformando quel bene comu­ ne che è la citlà. Com'è noto l'idea di realizzare un nuovo Centro Direzionale nell'area orientale di Napoli risa­le ad una proposta del 1964. Nell'ottica di un ridisegno della relazione tra la città e il suo hinterland, la zona di Poggioreale - per la sua vicinanza alla Stazione Centrale, all' Aereoporto ed alle principali arterie autostradali in direzione Nord e Sud-Est - appariva come l'ubicazione più lo ica per dar vita ad un nucleo compatto di grandi edifici pubblici e privati) atto a «decongestionare il centro storico dal sovvraccarico di funzioni amministrative e direzionali con tutti gli annessi problemi di traffico, parcheggi, inquinamento, ecc.). Non mancarono tuttavia discussioni nel merito dell'utilità stessa di tale investimento, nonché della scelta ubicazionale, dell'entità della volu­ metria da edificare, ed infine del corretto rap­ porto da instaurare tra gli edifici per uffici e le eventuali residenze. Tali polemiche non si sopi­ rono neanche dopo il varo della «variante», adot­ tata dal Comune nel 1967, sancita da un decreto presidenziale del 7 Dicembre 1971 e poi recepita dal nuovo Pi-ano Regolatore Generale approvato il 31 marzo dell'anno successivo. Comunque l'am­ ministrazione comunale stipulò nell'agosto del '75 un'apposita «convenzfone» con le Società Me­ tedll e Naced (proprietarie di circa il 75% delle aree edificabili) per la redazione di un progetto esecutivo del Centro Direzionale, che venne re­ datto da Giulio De Luca ed approvato nel '78. L' ultimo evento significativo fu l'incarico affidato all'architetto giapponese Kenzo Tange {nel di­ cembre dell'80, pochi giorni dopo il terremoto) di progettare il definitivo assetto compositivo del planovolumetrico da eseguire. Fin qui la cronistoraria della lunga ed articola­ ta procedura attuativa, ridotta ai suoi dati salien­ ti. Senza contare l'altro decennio trascorso per la vera e propria costruzione, che si è avvalsa del contributo progettuale di vari altri noti architetti. Sta di fatto che oggi il Centro Direzionale è una realtà urbana in gran parte operante. E giusto quindi non solo trarre un bilancio critico su ciò che si è fatto, ma anche indicare delle prospetti­ ve su ciò che si dovrebbe lare per.migliorare I' effetto urbano di questo Centro che (a torto o a ragione) viene vantato come il simbolo della Napoli ultramoderna». Ma per poterne verificare gli effetti benefici bi­ sognerebbe innanzitutto rispettare le promesse formulate a chiare lettere negli intenti prograru­ matìci. Se è vero che il nuovo Centro Direzionale è stato costruito per «decongestionare, la città storica, sarebbe allora quanto mai opportuno che il Comune, la Regione ed altri Enti dessero il buon esempio, preventivando in tempi brevi il trasferimento dei loro uffici amministrativi nei relativi nuovi Palazzi suo tempo previsti. Il che «La città allo specchio» è il titolo suggestivo di una mostra fotografica di Luciano Basagni, dedicata al Centro Direzionale offrirebbe alla città anche il vantaggio di poter riutilizzare alcuni edifici monumentali per fun­ zioni più consone alla loro collocazione baricen­trica {istituendo ad esempio, il Museo della Città o il Centro di Informazione Urbanistica). In secondo luogo andrebbe rivista la rete dei trasporti su ferro, garantendo un diretto collega­ mento tramite metropolitana tra l'Aereoporto, il Centro Direzionale e la Stazione Centrale. Resta per molli versi un assurdo che Napoli sia l'unica città del mondo ad essere priva di un regolare servizio «terminal di collegamento tra l'aeropor­to e la stazione ferroviaria, nonostante l'estrema vicinanza di queste autentiche «nuove porte» ur­bane. Peraltro, il Centro Direzionale è senza dub­ bio dotato di vasli parcheggi sotterranei, ma non avrebbe alcun senso alleviare il peso del trallico automobilistico proveniente dall'hinterland a di­ scapito di un incremento del trafficò interno alla città. Infine bisognerebbe realizzare il gia previ­ sto -parco alberato, arretrare la Stazione Centrale e pianificare il disegno dell'intera area orientale e delle relative zone industrialì dismesse. Solo allora questo im onènte nuovo «Centro» potrà forse innescare I'anelato «effetto indotto» di un processo di riqualificazione di quella parte urba­ na, caotica e degradata, che ancor'oggi si spec­ chia nelle luccicanti pareli dei nuovi grattacieli di cristallo.


TESTO CRITICO #7
(di Mario Rigutti)

A me l'arte di Basagni - perché credo che la sua sia autentica arte - mi ha sorpreso proprio per quel suo carattere che ho chiamato francescano, Francescano, non povero, né disadorno. Né distratto; e lo so per certo perché ho visto lavorare Basagni e so che le sue non sono istantanee da documentarista frettoloso. Per ottenere dal suo strumento i suoi straordinari risultati Basagni ha bisogno di ricerca e di tempo, e bisogna lasciarlo fare, non mettergli fretta; quando lavora sembra quasi che il tempo diventi per lui una dimensione della quale a fatica ammette l'esistenza non è mai soddisfatto. Deve cogliere l'istante in cui il mondo che ha davanti e quanto c'è voluto per trovare il giusto punto da cui guardarlo) è come lui vuole che sia. Ho visto. naturalmente, altre mostre fotografiche, anche molto belle. che ho apprezzato per vari motivi. Ma qui mi ha colpito in modo particolare questo apparente lasciarsi andare dell'artista nella natura delle cose. Da qui, io credo, il risultato lineare, il tratto privo di evidenti intellettualismi, netto e sicuro, senza inutili o sul piano compositivo ed espressivo costosi orpelli. Geometricamente stabile. col colore tenuto sempre sotto controllo, con grande gusto e raffinatezza. Un risultato che comunica un'emozione sottile, in bilico tra l'affermazione. Il racconto e il suggerimento. In modo da lasciare a chi guarda la libertà di vivere l'immagine attraverso la propria sensibilità. Proprio come abbiamo libertà di vivere gli oggetti, le cose vive, i rapporti umani attraverso la nostra capacità di sentire e di interpretare. Posso dire a Basagni di essergli grato per questo suo lavoro? Io glielo dico. Come si può immaginare. Amo molto l'oggetto della sua attenzione d'artista e gli sono riconoscente per quello che ha fatto. soprattutto per averlo fatto ritrovare cosi, diverso, reinventato dalla sua arte. ma nello stesso tempo uguale a quello che conosco. Nelle sue stupende immagini tranquille, serene - ma io so quanta ricerca gli sia costato ottenerle - ho ritrovato, filtrato dall'amore per le cose e dall'abilità dell'uomo, ciò che ho visto tante volte e con sempre nuovo stupore. Ho ritrovato le luci. i colori. le foglie umide, le pietre bianche di travertino asciugate dal sole. le ombre azzurre, i misteri delle penombre del museo. le riposanti geometrie neoclassiche accostate alle forme lievemente astratte e inconsuete delle cupole astronomiche, i rumori familiari - non vi sono nelle fotografie. naturalmente. ma non è difficile immaginarli e sentirli ­ i rumori degli elaboratori elettronici. delle macchine delle officine, dei libri sfogliati. Mantengo la promessa e non aggiungo altro. Ma voglio sperare che tutti coloro che avranno avuto occasione di visitare questa mostra abbiano goduto le fotografie di Basagni come le ho godute io.