CopertinaContributi e SegnalazioniFocus sulla mostra “L’isola di Arturo e delle donne”: testo critico della personale di GildaPan
23 Novembre 2025 Redazione A&S 224
Si è appena conclusa l'esposizione personale di Gilda Pantuliano, in arte GildaPan, dal titolo “L’isola di Arturo e delle donne. Storie di mare e magia”, dedicata alla scrittrice capitolina Elsa Morante in occasione del quarantennale della sua morte. Svoltasi a Palazzo Venezia di Napoli dal 24 Ottobre al 23 Novembre 2025, la mostra, a cura di Marco Fiore, ha presentato al pubblico una serie di Quadrilli procidani rivisitati in chiave contemporanea dall'artista salernitana. La mostra di Gilda Pantuliano è stata già oggetto di un nostro precedente articolo, che potrete approfondire attraverso l'interessante testo critico del curatore.
Immaginiamoci il mare come limen. Non un limite ma estensione, che ha un confine che si delinea agli occhi ma si espande sempre. Il mare è spesso simbolo del mistero, dell’ignoto, della potenza naturale; ma è anche quello della sofferenza, laddove toglie e cancella il vissuto, nel passato con tempeste e pirateria (a Procida la Sagra del mare) ed oggi con l’abbandono delle reti e la pesca fantasma, che trascina per le mani dell’uomo la vita e inquina.
Ma immaginiamoci il mare non come spazio economico/lavorativo ma come sacrale, luogo di memoria e di rituale religioso. Quei pescatori, quelle famiglie, quelle età, quella comunità che cooperano e richiede unità: più mani, più corpi, più volontà. Questo favorisce la solidarietà, la dipendenza reciproca, l’identità di gruppo, per tirare su la Sciabica (dall’arabo sabaka, che significa “rete”) e il pescato. Una rete messa in acqua per metà e metà sulle barche a pochi metri dalla riva, ricca di speranza, di attesa e di tensione religiosa, che si affida non più solo al mare ma alla Vergine, ad un santo, a una forza trascendentale perché essa risalga ricca e preziosa. Il limite umano è intrecciato nelle nasse, che tra lenza e corde tranciano le dita, le mani e solcano la pelle di un’identità comunitaria, così il sale del mare ha seccato gli sguardi, ha bruciato il viso dei tanti. Quella stessa rete di intrecci che benedetta assomiglia allo scialle della Vergine Madre di Cristo, richiama un simbolismo che diviene puramente popolare e traditio-religioso.
L’interazione con elementi naturali (mare, fondale, vento, luce) che sono imprevedibili, introduce una dimensione di devozione implicita, di rispetto, quasi di dialogo con l’invisibile. Il gesto del tirare la rete come atto liturgico non formalizzato: gesto che impegna corpo, tempo, fatica; che lega gli uomini tra di loro e al mare; che esprime attesa, fiducia, ma che appena vacilla è intercettato dalle preghiere promettendo ritorno sicuro, abbondanza, per intercessione divina. Eppure, questa identità culturale, volendo ora turistica, ha prevalenza maschile. A Procida la rete o, meglio, l’intreccio, quelle nasse che si alleggeriscono e ammorbidiscono in fili elaborati e lavorati, divengono una rete di preghiere che si infilano, si sfidano, si incrociano e si traducono in trama e ordito mero ricamo: i Quadrilli.
Quadri-reliquiari, tendenzialmente piccoli, legati ad una tradizione popolare femminile che mescolano devozione religiosa, arte, memoria familiare e divinazione. Le donne li conservavano con cura, spesso tramandandoli di generazione in generazione, il più delle volte non sposate, le “monache di casa” o le “bizzoche” (quasi a creare una dote) hanno avuto un ruolo centrale come custodi, lettrici, depositarie di queste pratiche. I quadrilli sono spesso oggetti riservati, custoditi con affetto, con una dimensione intima – non ad uso pubblico, ma in contesti domestici, privati. Secondo i racconti e le leggende auree, furono introdotti dal santo Alfonso Maria de Liguori, o almeno pare che egli abbia avuto un ruolo nella diffusione degli stessi, specialmente dopo una sua visita a Procida (nel 1732) connessa alla venerazione della Madonna dei Sette Veli. Infatti, al loro interno solitamente c’è un pezzetto di velo nero, associato alla Madonna dei Sette Veli e questo ha valore reliquiario. In tal modo, il cristianesimo popolare non è solo parola e predicazione, ma esperienza sensibile, visiva, tattile. Il pezzo di velluto nero o velo nero che appare come “cuore” del quadrillo ha forte valore simbolico. È un punto di contatto con la materialità del sacro. L’opera, che ha anche un valore artistico, diviene citando Gea Palumbo la “religione delle cose”: una modalità di fede che attribuisce importanza agli oggetti concreti – reliquie, immagini, quadretti – come sedi di sacro, di memoria, di conforto, di identità personale e comunitaria.
Ma non ci si ferma al puro aspetto religioso e intoccabile, perché le donne nello stesso intreccio, nelle stesse preghiere di trama e ordito (di seta, oro, ricamo, in altri casi con materiali più modesti, testimonianza della diffusione trasversale socioeconomica) vi inserivano simboli religiosi, immagini, perline, pezzi di corallo, elementi del mare e della vita quotidiana, che sembrano gravitare intorno al ‘velo sacro’, creandone una dimensione profonda e misterico-religiosa. Definendo la mediazione tra sacro e quotidiano: il sacro non sta solo nelle chiese, nei rituali ufficiali, ma nelle pieghe della vita domestica, nei gesti, negli oggetti privati. Il ruolo delle donne come agenti culturali: le donne non sono solo destinatarie della religiosità popolare, ma agenti che mantengono, reinterpretano, trasmettono pratiche simboliche, divenendo custodi di segreti, di memoria, di uso rituale quale identità che lega generazioni locali, una dopo l’altra.
Ad accrescere le funzioni simboliche e pratiche: le donne “leggono” i quadrilli e li interrogano per ottenere profezie, segnali sul futuro, specialmente su questioni personali come salute, relazioni, matrimonio, mera traduzione di veggenza / divinazione. Si tratta di un tipo di pratica che sta a metà tra devozione e in qualche misura magia popolare, anche se non necessariamente in contraddizione con il cristianesimo. Ma non è da escludere che la dialettica tra devozione e divinazione sia una pratica che include una tensione tra la fede cristiana istituzionale e la ricerca di segni, visioni, futuri, forse anche speranze che non trovano spazio nelle forme ufficiali. Questo “uso profetico” dei quadrilli li avvicina ad altre pratiche popolari in cui l’ignoto, la speranza, la paura, vengono trattati attraverso oggetti simbolici così come le nasse nel mare si caricavano di speranze, paure, preghiere, di volontà.
La nostra autrice non tramanda, non riporta, non intreccia, ma compone e racconta attraverso un difficile e complicato intreccio di racconti, di trama ed ordito, ciò che il profondo e misterioso occhio dell'animo umano può vedere, spingendoci anche oltre, verso quel limen del mare che sembra essere orizzonte, meta o portosalvo eppure più ci avviciniamo, più ci addentriamo e più ci immergiamo nella sua intima misteriosa contemplazione e riflessione. L’artista ci indica e ci invita a guardare, ma noi dobbiamo scrutare e percepire e ritrovare, ricercare, percorrere, oltrepassare quella rete ma senza inquinare, senza sporcare, senza distruggere e nel pieno della metafora tagliare quelle reti, ammorbidire quelle nasse di lenza e corda per accorgerci che la stessa sciabica dei quadrilli è nella natura libera di una spuma che lentamente si dirama nell’azzurro del mare.
Marco Fiore
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Ultimo aggiornamento: 23/11/2025, 12:55