Divulgare la Cultura: intervista allo scrittore e divulgatore Alberto Raffaelli

29 Settembre 2026 Redazione A&S 31

NELLA FOTO: DIVULGARE LA CULTURA INTERVISTA AD ALBERTO RAFFAELLI.

In una società, come la nostra, sempre più iperconnessa, ci siamo spesso chiesti se ci fosse ancora spazio per la Lettura. A questo non semplice interrogativo ci risponde il dottor Alberto Raffaelli, ricercatore in Italianistica, insegnante e divulgatore culturale. Raffaelli promuove la cultura del libro attraverso un vasto gruppo su Facebook che rappresenta, in questa era digitale, una interessante agorà virtuale per la condivisione culturale.


INTERVISTA AD ALBERTO RAFFAELLI
(a cura di Ivan Guidone / Sociologo e Giornalista)


I suoi principali ambiti di studi riguardano la letteratura e la linguistica: quando e come nascono queste sue passioni?

Mio padre, Sergio Raffaelli, è stato un noto docente di Storia della Lingua italiana, oltre che critico cinematografico. Da lui ho ereditato una viva curiosità per le questioni umanistiche e filologiche, respirando aria accademica e universitaria fin dai miei primissimi anni di vita. Mi sono laureato in Lettere e ho intrapreso una serie di studi che, ricalcando le orme familiari, mi ha condotto a pubblicare diversi volumi specialistici e parecchie recensioni su riviste universitarie. Per molti anni ho condotto ricerche di storia letteraria, concentrandomi pure su documenti inediti e d’archivio che appunto molto devono all’impronta metodologica paterna, di cui è testimone un imponente Archivio dichiarato di “importante interesse storico” (con Decreto MIBAC del 2011), poi ceduto da noi familiari all’Accademia della Crusca, il cui inventario – recentemente completato – è disponibile a questo indirizzo qui; ma si veda pure https://www.cartedautore.it/archivi/aleci.html per alcune sue rilevanti parti digitalizzate).

A quando risale una sua ultima pubblicazione?

L’ultimo volume da me firmato risale al 2018, "La comparseria. Luigi Pirandello accademico d'Italia", e ha segnato un po’ il culmine della mia attività di studioso e “topo di biblioteca” (coronata per questo volume dalla vittoria di due premi per la Saggistica: il "Casentino sez. Giuseppe Frunzi" e il "Quasimodo di Aletti"), determinando uno spartiacque nella mia attività. Da allora, infatti, sono passato ad occuparmi della visibilità dei libri altrui con i veloci strumenti forniti dai nuovi media.

Ed infatti proprio nel 2018 lei avvia un interessante progetto web dedicato alla letteratura: ce ne vuole parlare?

Otto mesi dopo l’uscita del mio volume pirandelliano mi fu proposto di curare un bollettino di recensioni da diffondersi attraverso il sistema di messaggistica WhatsApp. Ero reduce dall'allestimento – ancora piuttosto grezzo – di una pagina Facebook dedicata a "La comparseria", chiamata così riprendendo il sottotitolo del libro Pirandello accademico d’Italia. Questa ispirò a me, ed ai miei colleghi ideatori del bollettino, l’idea di aprire un altro canale social che nel Dicembre di quello stesso anno intitolammo "Segnalazioni Letterarie". Inizialmente volevamo rendere un servizio al territorio di cui siamo originari, il Terzo Municipio di Roma (nella zona nordest della Capitale, corrispondente al quartiere Montesacro), mettendo in comunicazione tra loro realtà attigue che però in precedenza non avevano occasione di incrociarsi. Ma ben presto la prospettiva si è allargata, soprattutto per via del COVID-19 e dei vari Lockdown che da allora hanno reso i social sempre più indispensabili, o comunque assai utili, per l’organizzazione di incontri ed eventi.

E in cosa si è trasformato oggi questo progetto?

Oggi, "Segnalazioni Letterarie", è una vivace community che vanta oltre 48.000 membri e ha all’attivo un migliaio di dirette con scrittrici, scrittori ed operatori vari del mondo del libro. Questa comunità virtuale cerca una costante dialettica con le realtà e le situazioni in presenza. Per chi è interessato alle nostre attività, siamo raggiungibili su Facebook alla seguente pagina.

Ai suoi interessi accademici, Lei abbina anche l’insegnamento nelle scuole secondarie di primo grado. Anche ai suoi ragazzi trasmette la passione per la letteratura?

Sì, certo e devo dire che sebbene "Segnalazioni Letterarie" abbia la sua casa madre su Facebook – social frequentato molto poco dai giovanissimi – la nostra attività è abbastanza seguita dai ragazzini, poiché siamo presenti anche su Instagram, YouTube, TikTok e Threads, anche se con numeri più ridotti. Per ottenere un coinvolgimento dei preadolescenti – ma il discorso è estendibile anche alle fasce anagrafiche un po’ più grandi – nella lettura occorre trovare degli agganci accattivanti, che assecondino le loro inclinazioni: strumenti come 'reel' sintetici, 'booktrailer' fantasiosi e 'live' coinvolgenti possono esserlo.

Quindi lei non demonizza assolutamente i nuovi strumenti comunicativi?

Assolutamente no! Anche gli stessi videogiochi, e la tanto vituperata PlayStation, sono suscettibili di rivestire un’insospettabile funzione didattica, se abbinati ad una certa tipologia di contenuti... e qui il discorso non riguarda solo la letteratura!

E secondo il suo parere, quanto è importante è per i ragazzi leggere libri?

Molto, anche se trovo che – pure alla luce di quanto da me affermato nella risposta precedente – non bisogna demonizzare gli altri divertimenti dei più giovani, altrimenti si creano manicheismi che non fanno altro che aumentare le criticità e le distanze. Ad esempio, alcuni ragazzini possono essere invogliati a studiare determinate materie, come la Geografia, dal gioco del Calcio. È però imprescindibile che scoprano anche il fascino della lentezza e della riflessione che la lettura comporta, così come dell’immaginazione "pura", svincolata cioè dagli innumerevoli stimoli visivi che ormai tutti i nativi digitali assorbono fin dai primissimi anni di vita: e tutte le agenzie educative devono collaborare in tal senso. Ma ripeto, occorre che lo facciano in una prospettiva collaborativa con altri oggetti d’attenzione dei giovani e dei giovanissimi.

Una volta si dava colpa alla televisione sul perché i ragazzi non leggevano più. Oggi la colpa è passata ai social network: è proprio così?

In parte sì. Gli stimoli e anche le distrazioni che device e social offrono a millennials e forse pure pre-millennials praticamente senza soluzione di continuità sono incomparabilmente più numerosi e intensi rispetto alla cara, vecchia televisione, invece oggigiorno assai meno seguita delle generazioni più recenti rispetto a pochi lustri fa. Personalmente, credo che provvedimenti come divieti e restrizioni agli under 13, o giù di là, servano un po' come le conchiglie per svuotare il mare...

Ci può approfondire meglio questo concetto?

Nel senso che sono interdizioni facilmente aggirabili, e occorra piuttosto – e anche qui da parte di tutte le componenti formative – un’educazione digitale. Va considerato pure che siamo in una fase “di transizione”, nella quale ragazzini nativi digitali spesso hanno competenze – strettamente tecniche, beninteso – maggiori rispetto agli adulti. Dunque, questo facilita fenomeni di "flipped classrooms" involontarie che implicano perdita d’autorità da parte degli educatori. Man mano che in questi ultimi avverrà un incremento delle capacità di “smanettare” sul web e sui social potrà avvenire più facilmente da parte di essi un inserimento di contenuti “profondi” e riflessivi, e perciò educativi e anche stimolanti nei confronti di attività quali la Lettura. Certo, oggi come oggi le generazioni non native digitali devono aggiornarsi.

Ritiene utile per uno scrittore avere un sito internet e fare uso massiccio dei social? Aiutano veramente? O vale ancora il passaparola?

Assolutamente sì, è utile avere un sito internet! E lo dico in un momento nel quale i meccanismi della rete e degli stessi social calibrano con mutazioni continue il loro rapporto con le situazioni in presenza e con tutte le interazioni non virtuali, intendendo con quest’espressione ogni iniziativa che comporta azioni concrete: nel caso del mondo editoriale e degli scrittori, soprattutto l’acquisto di libri. Se si analizza con attenzione il rapporto tra presenza online e risultati delle vendite, è indubbia una grossa sproporzione tra i numeri massicci della prima – che in molte realtà social diviene vero presenzialismo sovrabbondante – e quelli quasi sempre miseri o proprio nulli delle seconde: si può pubblicizzare un libro (quasi sempre il proprio) con decine e decine di post al giorno sui social più vari e poi ritrovarsi con gli scaffali (fisici o virtuali) ancora pieni e intatti. C'è infatti un diffuso indifferenzialismo nei confronti di molti contenuti veicolati dalla rete e dai social in particolare, tanto che si è cominciato a parlare di "silenzio delle community". La cacofonia pletorica dei social non sempre funziona, e bisogna creare post con contenuti testuali e iconico-visivi attrattivi. Per ora sono ancora in pochi coloro che li sanno fare. Quello del web è un mestiere pieno di marchingegni e segreti, che i loro detentori divulgano con estrema riluttanza: e tutto ciò sta alimentando, anche nel mondo della letteratura online, dei business non secondari spesso gestiti da personaggi non all’altezza.

Cosa consiglierebbe a un giovane che aspira a diventare uno scrittore? Ci vuole studio o istinto?

Tutte e due. Io domando ogni tanto, nelle mie numerose interviste, se scrittori (o poeti) si nasce o si diventa: le risposte sono le più varie... Devo dire che oggi prolifera una letteratura magari sempre interessante e non priva di picchi qualitativi, ma molto legata alle convenzioni dei vari generi, che ovviamente le case editrici – e non solo quelle più grandi – assecondano.

È utile a tal proposito, frequentare corsi o scuole?

Per imparare i ferri del mestiere non è inutile frequentare corsi di Scrittura e più in generale scuole che insegnano i vari aspetti di un mestiere del libro in perenne mutamento. Tuttavia, l’impressione che ricaviamo, gestendo una realtà variegata come "Segnalazioni Letterarie", ricca di storie e testimonianze da parte di tanti addetti ai lavori o aspiranti tali, è che si possono ricevere tutti i precetti di 'creative writing' che si vuole, ma se manca un vero istinto e talento nello scrivere bene, non ci sono né maestri né editor che tengano... Anche se, con il self-publishing, non esistono più di fatto filtri né selezioni, ma questo è un altro discorso...

L’Intelligenza Artificiale rappresenta un potenziale pericolo per gli scrittori?

Questa è un’altra grande questione che si sta cominciando ad affrontare nelle discussioni pubbliche, pure in quelle sulle arti e tutte le attività espressive, scrittura compresa ovviamente. A "Segnalazioni Letterarie", come nostra abitudine, cerchiamo di mantenere un atteggiamento neutro, registrando le varie posizioni: e questo non per opportunismo, ma perché vogliamo porci come un osservatorio delle dinamiche in progress che stanno maturando in questo frangente storico, di portata epocale (e del resto mi pare che l’opinione pubblica mondiale ne sia consapevole: e il discorso non vale solo per la Letteratura, ovviamente).

Dunque, un’opportunità da cogliere e sfruttare?

Anche se l’Intelligenza Artificiale può rappresentare un certo pericolo per gli scrittori, nel senso che può ibridarne l’opera ed i risultati, però in certe porzioni ed ambiti ben delineati può rappresentare un grande aiuto, se non che è tutt’altro che facile, oggi come oggi, definire queste porzioni e questi ambiti. Diciamo che si possono intravedere delle dimensioni di eticità le quali potranno sfociare, in tempi anche brevi, in una distinzione – a partire dall’offerta fisicamente esposta e selezionabile negli store online ma anche nei negozi fisici – tra libri interamente frutto di creatività umana, nati invece dall’interazione tra Uomo e Intelligenza Artificiale, e prodotti generati interamente da quest’ultima: ammessa e concessa però la veridicità di simili dichiarazioni, che potranno contrassegnare le stesse copertine dei libri.

Cosa prevede per il futuro?

Siamo soltanto agli inizi di un cammino di cui non possiamo prevedere gli sviluppi. Parecchi anni fa, ad un corso di giornalismo, un docente ci disse una cosa che mi è rimasta impressa: si era agli albori di Internet, ed i social erano ancora al di là da venire. Tuttavia alcuni aspetti della rivoluzione che poi nel frattempo avrebbe cambiato le nostre vite erano già chiari, e appunto questo insegnante ci fece consapevoli del fatto che la nostra generazione e la nostra epoca erano assimilabili alle miriadi di schiavi senza nome che nell’antichità profonda avevano contribuito, con immani sforzi, alla costruzione delle piramidi: trascinando con la sola forza delle braccia e l’ausilio di rudimentali ruote enormi blocchi di pietra, poi collocati con altrettanto primitiva ingegnosità gli uni sugli altri, fino ad ottenere il maestoso e imperituro risultato finale ancor oggi sotto gli occhi di tutti. Allo stesso modo, da qualche decennio noi accumuliamo dati, informazioni e algoritmi la cui portata storica afferriamo sì ma fino a un certo punto: saranno le generazioni future, anche molto lontane da noi, a valutare e soprattutto valorizzare appieno questo lavoro. Quindi, è opportuno che noi assimiliamo tale consapevolezza di essere in fondo dei “soldatini” impegnati a costruire delle testimonianze – digitalmente veicolate – per i nostri eredi, che magari a differenza degli antichi schiavi egizi (dei quali noi ignoriamo completamente le generalità) conosceranno almeno con sufficiente precisione i nostri nomi e le nostre fattezze. In fondo, grazie alla rete noi contemporanei abbiamo oggi la possibilità di replicare un potere finora riservato quasi esclusivamente all’Arte: quello di lasciare un segno duraturo sulla terra.

Ivan Guidone

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Ultimo aggiornamento: 29/09/2026, 21:08