Arianna Spizzico / Critica

6 Aprile 2023 Redazione A&S 494

NELLA FOTO: SPIZZICO CRITICA.

In queste sezione potrete trovare le note critiche più salienti sulla produzione artistica di Arianna Spizzico.

NOTA CRITICA #1
(a cura di Toti Carpentieri)

AMORPHOUS – Il divenire della materia
Ancora una volta il rigoroso e personale percorso creativo di Arianna Spizzico ci pone di fronte al rapporto/riscontro/conflitto tra scienza e creatività, confermando quanto aveva sollecitato la nostra attenzione critica nei suoi confronti, in un non dimenticato incontro, sul finire del secondo millennio, che guardava all’opera come messaggio, e al suo situarsi tra tempo e spazio, tra certezze, riferimenti alchemici e pensieri profetici (...) sempre, in quella doppia e contemporanea percezione del caos e dell’ordine, e nella conferma che la decodificazione/empatia è, essenzialmente, un procedimento mentale. Così, riferendoci al percorso della conoscenza, e a quel suo logico/illogico muoversi secondo infinite e possibili direzioni, guardando alla giovane artista quale mimesi e citazione della mitica sposa di Dioniso, avevamo chiuso il nostro testo chiedendoci: “Dove mai finirà l’altro capo del filo di Arianna?” “Anamorphous” questo nuovo incontro espositivo con la sua ricerca (una selezione dei lavori degli ultimi due anni), prova a dare una risposta al quesito, e lo fa proponendoci una sequenza di opere che rimandano all’origine di tutte le cose. (...)


NOTA CRITICA #2
(a cura di Maurizio Brunialti)

“L’isola che non c’era”
Il Progetto Prochyta si innesta, certamente, nel solco di questa tradizione ma incrocia, virtuosamente, un intenso vissuto biografico - quello di Arianna Spizzico, (...) un’artista, barese di nascita ma entusiasta procidana d’adozione, che non si limita a riproporre i litorali marini, i colori vivaci, le stradine e gli scorci più affascinanti, ma che attraversa il luogo in cui ha scelto di vivere - “l’isola che (per lei) non c’era” - con la sensibilità e la passione dell’antropologa, spiccatamente visuale. Rallentando o accelerando il suo sguardo, ed immergendosi – sulla scorta dell’esperienza di Baudelaire prima e di Walter Benjamin dopo – in una sorta di flânerie contemporanea, la Spizzico ritrae quasi intimisticamente gli “snodi” più suggestivi del suo (e, chissà, forse anche nostro) vissuto quotidiano. Forme, spazi, elementi, segni, frammenti. Luoghi fortemente antropizzati. Tutti rigorosamente descritti in eleganti cromie con elementi materici, quali singoli fotogrammi di un unico racconto emozionale. Un racconto potenzialmente collettivo. Ed è proprio qui, appunto, che si staglia la cifra distintiva dei lavori della Spizzico. La poetica dell’artista non fa sconti: pretende una relazione, impone un ruolo attivo da parte dello spettatore delle sue opere, richiede un’interazione persistente, una complicità, fra produttore e fruitore di senso. Il bisogno, anzi l’urgenza di un rapporto diretto con lo spazio fisico, quasi una compenetrazione con quei “luoghi” – per dirla con Augé – intrisi di elementi identitari, storici e culturali, segna profondamente l’etica e l’estetica di un linguaggio mai esclusivamente rappresentativo ma sempre marcatamente evocativo. Le opere esposte parlano a chi le guarda e spianano il campo alla riflessione, in una prospettiva bifronte.


NOTA CRITICA #3
(a cura di Giuliana Schiavone)

AMORPHUS – La materia e il suo divenire
(...) Il divenire della sostanza occupa da sempre un ruolo centrale nelle sperimentazioni multimateriche di Arianna Spizzico, i cui processi creativi partono sempre più di frequente dal recupero di un dettaglio visivo relativo alla dimensione mutevole e affascinante della natura (...) E la coscienza umana coglie il racconto della materia in ogni suo stato, che è a sua volta la storia del mondo, la storia della collettività che si stratifica nel linguaggio dell’arte, divenendo archivio, emblema della libertà potenziale insita in ogni stadio iniziale dell’esistenza, di quella fase incorruttibile che deriva da un istinto alla vita in grado di mettere in moto la metamorfosi dell’essere alla ricerca della sua identità. (...) Nei lavori dell’artista, infatti, parti di schede madri, componenti di circuiti elettronici risalenti a un decennio fa sono l’archeologia di un tempo destinato a essere continuamente superato da innovazioni e scoperte e che finisce per essere trascinato dal magma fluido e sfuggente della vita che scorre, mentre il futuro si concede a una dimensione rituale e primigenia attraverso Connessioni arcaiche tracciate dall’artista, in grado di porre in comunicazione ciò che è stato con ciò che sarà ed è per sua natura destinato ad essere. Lo scarto tecnologico, o manufatto, viene così assorbito dagli elementi prettamente naturali come sabbia, frammenti di roccia, o dai metalli come il rame; migra all’interno della superficie dei lavori, saldandosi allo stesso destino mutevole, subendo gli effetti delle trasformazioni prettamente fisico-chimiche dei materiali adoperati, come se fosse reperto, rigorosa testimonianza che riproduce una verità che esiste da sempre. (...) L’arte della Spizzico non racconta l’uomo per il tramite esclusivo della sua rappresentazione fisica ma attraverso la sua sostanza. (...)