CopertinaContributi e SegnalazioniArte o Tamagotchi? Una riflessione sul padiglione giapponese alla Biennale di Venezia 2026
16 Maggio 2026 Redazione A&S 308
Tra le tante provocazioni artistiche offerte dai padiglioni della Biennale di Venezia 2026, giunto quest'anno alla sua sessantunesima edizione, spicca senz'altro quella del padiglione nipponico in cui il pubblico è chiamato ad accudire dei bambolotti iperrealistici: un allestimento originale, quello proposto dall'artista "queer" Ei Arakawa-Nash, che "trasforma" provocatoriamente i visitatori in genitori "temporanei", attraverso una esperienza immersiva che li coinvolge in prima persona, mettendo a disposizione del pubblico oltre duecento bambole reborn. Questo particolare tipo di bambole non è destinato ai bambini ma, al contrario, è un prodotto artigianale per collezionisti, acquistabile attraverso specifici circuiti e il cui prezzo può spesso oscillare tra le centinaia e le migliaia di euro a seconda del materiale con cui sono state realizzate.
Dunque, il progetto artistico di Ei Arakawa-Nash prevede che i visitatori si prendano cura di queste bambole iperrealistiche durante tutto il percorso espositivo, per poi restituirle già "svezzate" all'uscita del padiglione. Benché la proposta di questo artista nippo-americano voglia sollevare l'attenzione sullo scottante tema della bassa natalità (che affligge da anni nazioni come come il Giappone e l'Italia) e sulla difficoltà dell'esperienza genitoriale, essa però non si discosta molto dalla semplice provocazione e non offre nulla di veramente "artistico" nel senso stretto del termine, elemento che dovrebbe invece essere centrale in eventi espositivi di grande prestigio come la storica biennale d'arte. Affidare ai visitatori delle reborn può essere intrattenente per alcuni, ma a tratti anche disturbante e feticistico, proprio perché molti acquirenti le usano per affrontare il dolore della perdita di un figlio o come surrogato di esso.
Per certi versi, l'idea di Ei Arakawa-Nash non si distacca molto da quella di un più ampio Tamagotchi; videogiochino tascabile commercializzato nel 1996 dalla Bandai in Giappone e che si è poi diffuso in tutto il resto del mondo. Il dispositivo elettronico si proponeva al pubblico come una sorta di "simulatore" di vita, con una piccola creatura che se non accudita o alimentata poteva anche "morire". Chiaramente, il Tamagotchi non poteva - per forza di cose - offrire una autentica esperienza di "accudimento" (come quando ad esempio ci prendiamo cura di un vero animale domestico), ma si limitava ad "inchiodare" il suo possessore a cicaline piezoelettriche ad orari prestabiliti, un po' come fanno le reborn più avanzate che imitano il battito cardiaco o la respirazione, con grande piacere dei suoi collezionisti che, in alcuni casi, le trattano come se fossero dei neonati veri (sigh!). Il confine tra vero e simulacro è palesemente netto, e ci pone di fronte ad una domanda: quello proposto da Ei Arakawa-Nash può essere considerato un percorso riflessivo sulla genitorialità / natalità o solo un intrattenimento spacciato per arte?
Ivan Guidone
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Ultimo aggiornamento: 21/05/2026, 18:09