Maurizio Bonolis / Critica

11 Marzo 2024 Redazione A&S 100

NELLA FOTO: BONOLIS CRITICA.

TESTO CRITICO #1
(di Maurizio Vitiello, 2021)

Di solito, il sociologo s’avvede del futuro mentre il critico d’arte comprende e valuta con varie ragioni gli artisti di qualità, che operano seguendo i vari codici linguistici scelti. Bisogna essere consapevoli e determinati per afferrare i sensi espressi dall’arte contemporanea. Nonostante i vari momenti di “lockdown” alcuni artisti hanno proseguito a lavorare negli studi e, tra questi, Maurizio Bonolis ha intensificato i suoi motivi di ricerca, grazie alla digital art. Altri, invece, si sono arenati, hanno ceduto al passo della depressione. Essere “in onda” con la vita è essenziale per chi è creativo, ma non tutti gli artisti rispondono allo stesso modo, vuoi per stanchezza, vuoi perché non hanno più nulla da dire. La presenza artistico-visiva di Maurizio Bonolis ha un suo specifico spessore e una sua intensità, che incontra qualità espressive in termini congruenti e intensi. Certamente, traspare una forte sensibilità cromatica. Le incursioni su campi volutamente astratti, tra quelli segnici, geometrici e informali, vanno al di là della materia sottilissima e tutte le disposizioni cromatiche esaltano un “corpus” di lavori di tenace forza attrattiva. Ho visto i suoi lavori e ognuno è misura equilibrata e calibrata di una ricerca disciplinata, bilanciata su matrici astratte e confortata da declinazioni geometrico-spaziali. Ogni opera è sintesi di un attento comporre e ripercorrere l’arte contemporanea nelle sue più variegate versatilità concludenti. In una manifesta programmazione tematica i risultati raggiunti mostrano dosaggi di tagli geometrici, segmenti attenti, accenti segnici e campiture cromatiche, nonché riparti e riporti di atmosfere psicologiche. Con un lavoro seriamente regolato, seppur molto appartato nel suo spazio napoletano, è attento alle novità delle tendenze e corrobora un suo personalissimo elenco di prove. Da un’attenta lettura, nonché da una precisa disamina, si comprende che le sue controllate stesure col “mouse” riprendono una creatività sorgiva, intelligente e sempre tesa a profili futuri.


TESTO CRITICO #2
(di Rosario Pinto, 2018)

Il percorso seguito da Maurizio Bonolis nel lungo processo di attraversamento delle regioni dell’arte che portano dalla consistenza raffigurativa dell’immagine alla sua rastremazione astrattiva può essere considerato come una sorta di disvelamento che l’artista ha inteso suggerire alla propria stessa coscienza di strati via via più profondi ed addentrati della propria sensibilità personale ed umana. L’immagine del reale fenomenico ha sempre avuto, in fondo, nell’opera di Bonolis, un suo ruolo di tramite verso la scoperta di una consistenza più profonda ed interna delle cose. Lungo tale gradiente critico, infatti, disponendosi ad osservare il dispiegamento cronologico del suo percorso creativo, si assiste alla messa in evidenza di ragioni esistenziali che inducono a spingere lo sguardo ben oltre la soglia dell’immediatezza iconografica, attingendo, al di là della facies, l’istanza di un’ulteriorità da raggiungere. Man mano, con il corso del tempo e nell’accumulo delle esperienze di vita, il bisogno di trovare una spiegazione delle cose ha convinto l’artista a spingere il suo sguardo a farsi sempre più indagativo e meno, invece, descrittivo. Non è stato, quindi, l’abbandono della soglia raffigurativa, per Bonolis, un rinnegamento di sensibilità d’approccio al reale, ma, al contrario, l’ottenimento d’una misura di più intensa intimità con le ragioni più interne delle cose. La geometria dell’astrazione costituisce, quindi, per Bonolis la via di inveramento di un’esperienza umana che trova il suo appagamento e il suo compimento perfetto nel momento in cui la realtà fenomenica non si disperde nel nulla dell’effimero e del transeunte, ma lascia scoprire le sue preziosità più riposte, garantendo all’artista una visione privilegiata di un’istanza ‘ontica’ che non è necessariamente metafisica, ma che, certamente è più acutamente rivelativa della essenza profonda che governa il divenire. L’approdo di Maurizio Bonolis ad Astractura, con tali premesse, era e doveva essere un approdo, potremmo dire, obbligato, rendendosi esso il punto di convergenza tra un sentire personale di acuta sensibilità individuale ed una disposizione creativa nutrita dell’impegno a fare della ragione delle cose l’abbrivio ispirativo di una ricerca artistica di spessore tutt’altro che formalistico ed esteriore.


TESTO CRITICO #3
(di Gaspare Natale, 2014)

Maurizio Bonolis è uno di quegli artisti con un percorso alle spalle senza frettolose scorciatoie. Partito da esperienze figurative di forte impatto simbolico e cromatico, è passato negli anni a suggestioni metafisiche e surrealiste, per approdare sempre più all’arte astratta, al segno minimale, alle coerenze geometriche con un forte protagonismo del colore. Un colore certo diverso da quello materico delle figure dei periodi precedenti, un colore adesso netto, perentorio, direi non equivocabile. In questo itinerario di continua ricerca hanno subito una totale mutazione anche gli strumenti utilizzati: da spatole, tavolozze e pennelli, al mouse e alle nuove tecnologie digitali. Sono cambiati i supporti: il forex ha preso il posto delle classiche tele. Seguendo la sua personalissima ispirazione, i tempi del suo metabolismo artistico, Bonolis ha oggi abbracciato la computer art, ma il suo punto di vista sul mondo non è naturalmente cambiato, la nuova tecnica gli ha soltanto offerto la straordinaria opportunità di ottenere infinite variazioni che possono sollecitare il suo talento in un corpus contemplativo totalmente nuovo. I suoi lavori più recenti testimoniano, infatti, di una perenne ricerca di equilibri tra spazi e forme, di ipotesi digitali che si sostanziano in svariate letture dell’universo, inteso come il nostro circostante. L’universo ricercato dall’artista diventa metafora della compiutezza, di una perfezione ideale, di una ricomposizione raggiunta; sono gli elementi di una magia che si riproduce e che l’uomo moderno rischia di trasformare in “elementi del disastro” (citando il poeta colombiano Alvaro Mutis). Tutto questo mi sembra al centro dell’elaborazione artistica di Maurizio Bonolis. Egli dimostra ancora una volta che il gesto artistico non è legato al come, alla tecnica, alla cassetta degli attrezzi, ma al cosa, all’emozione, all’ispirazione, al sentire. Le geometrie di Bonolis, siano esse lasciate dall’arte digitale piuttosto che dal pennello, sono geometrie dell’anima.