“La Fila”, performance urbana di Vanessa Di Lodovico a Pescara

23 Dicembre 2025 Redazione A&S 184

NELLA FOTO: LA FILA PERFORMANCE URBANA DI VANESSA DI LODOVICO A PESCARA.

In una delle strade principali della città di Pescara, in Abruzzo, l’artista Vanessa Di Lodovico ha messo in atto una singolare azione artistica di carattere urbano intitolata “La Fila”. La performance della Di Lodovico, oltre alla curiosità del pubblico, ha destato anche l’attenzione del Critico e Storico dell’Arte Antonio Zimarino che ha voluto dedicare un testo critico sulla performance in questione. Sicuramente è une affaire à suivre...


LA FILA: DELL’ETICA E DELLA PIETAS CONTEMPORANEA
– a cura di Antonio Zimarino / Critico e Storico dell’Arte


Dopo molti anni, si è rivista nella nostra città una “azione” artistica, una performance urbana non legata ad un qualche bisogno individuale dell’artista di dire qualcosa di simbolico e/o metaforico di sé o della propria concezione del mondo; si è trattato invece di una azione dai forti e profondi risvolti relazionali e sociali capace a suo modo di evidenziare anche un aspetto esistenziale e chiaramente ispirata a una partecipazione emotiva e sincera ad una condizione comune. 

Dalle primissime ore del 1° Dicembre 2025 , Vanessa Di Lodovico ha cominciato a disporre su un tratto del centralissimo Corso Vittorio Emanuele di Pescara una lunga fila di piccoli pupazzi di gomma, di forme diversissime, sgargianti, ironici, infantili e minuscoli; una fila ben allineata, geometrica, militaresca, che partiva da un angolo poco frequentato di una via laterale per dirigersi inesorabilmente verso l’ingresso monumentale stretto e ripido dell’imponente edificio delle Poste centrali, un palazzone ieratico, massiccio e potente, costruito dall’architetto Bazzani nel 1933 in piena ristrutturazione fascista della città. Il palazzo con la sua sintesi di elementi rigidamente classici, incombente su una strada che non ne consente una visione complessiva, appare l’espressione perfetta e l’illustrazione simbolica della struttura tetragona e imponente dell’organizzazione statale, regolatrice e dispensatrice di stipendi e tredicesime che non le appartengono, custode severa di un denaro non suo (e comunque usato anche per la costituzione e funzionamento dell’ente stesso) restituito con regole spesso umilianti: un edificio che nella logica di ogni statalismo e regime rappresenta visivamente, il potere, il controllo e la distanza dal cittadino.

Oggi come da sempre, all’inizio del mese di dicembre (in realtà, il più “consumista” dell’anno), una fila di gente comune di diverse età, spesso trasformata in ressa dall’ansia e dagli stress dell’attesa, si ritrova accomunata “visivamente” da questa appartenenza ad un ceto sociale medio se non basso, e si dispone umilmente di fronte all’imponenza dello Statalismo Anonimo. La gente si accoda, si accalca, si agita, per poter raggiungere ciò che in realtà è suo, per poterlo poi spendere a breve in quei comuni casi di vite normali: bollette, affitti da pagare, mutui, spese, cure sanitarie sempre più costose oppure regali tra persone care, festività da panettoni e spumanti da supermercati, sogni illusori di benessere che alimentano la continuità faticosa delle speranze.

L’artista allinea la fila dei piccoli pupazzi; le persone arrivano gradualmente e aumentano, si dispongono a tratti, parallelamente ad essa. C’è chi ignora quella piccola paradossale fila in basso così come riesce ad ignorare la propria, c’è chi la osserva curioso, chi la commenta, chi ridacchia, chi discute sul significato e sul “perché”. Quelli che non fanno la fila, che transitano verso altri impegni e altri uffici, non guardano nessuna delle due file: è la vita degli altri, che importa? Ma almeno il colore violento dei piccoli pupazzi (non dico l’umanità problematica che sta al loro fianco) dovrebbero pur notarlo! 

La situazione va letta “in metafora”: questi passanti, come forse facciamo noialtri, non guardano, calpestano, scalciano inconsapevoli e indifferenti: c’è sempre altro da fare, da produrre, da sbrigare cosa importa guardare la realtà del mondo degli altri? Cosa importa di quei piccoli pupazzi colorati? Non c’è nell’artista un atteggiamento di denuncia ma solo (solo?) il tentativo di mettere in evidenza una condizione, uno stato di cose. Un gesto, una piccola devianza dal solito, un segnale “inutile” (davvero?) ma potenzialmente capace di cambiare almeno per un attimo la disposizione e l’attenzione verso se stessi, verso gli altri, verso il contesto o la condizione. Un punto fuori dl una normalità costantemente e solitamente subita, un’occasione per guardare oltre l’abitudine e il solito, verso le ragioni, le scelte e i comportamenti.

Dunque, questa è chiaramente un’azione artistica, una proposta di riflessione motivata dal bisogno di mettere in evidenza una realtà e non c’è intenzione palese di parlare esclusivamente della propria. Eppure, c’è, ci deve essere un motivo per cui l’artista ha deciso di coinvolgersi nella realtà degli altri e far emergere questo senso di spersonalizzazione, non appartenenza, incapacità di comunicare, di sottomissione al sistema. Perché un’artista ha bisogno di pensare questo “gesto”, di generare tale evidenza? La questione, per il critico, per colui che dovrebbe lavorare per capire sensi e rapporti tra forme, azioni, cose e idee, è molto intrigante. Da un lato la questione non è nuova se vogliamo, ma appare estremamente importante nel momento in cui si constata che essa è “riapparsa” nella società e nel contesto, normalmente poco frequentato dall’ “arte”, tutta presa dai cerebralismi concettuali con i quali spesso crede di gratificare le elite piuttosto che tentare di capire la realtà.

In questo caso invece, l’artista guarda, osserva e dal momento che non è auto referente, e non è compresso nel suo ego, ha bisogno di capire e di condividere ciò che nota e ciò che ha capito. Potrebbe farlo raccontando, “rappresentando” esteticamente una bella storia metaforica, una bell’opera retorica e illustrativa del nobile concetto che si è compreso... oppure potrebbe scegliere altre strade espressive perché “condivide” intimamente le medesime condizioni e conseguenze di ciò che vede.

Ci sono infatti, delle cose e condizioni che, come umani, condividiamo e ci accomunano, come ad esempio, la spersonalizzazione, il sentirsi numeri, il sentirsi piccoli verso costruzioni convenzionali di potere, sia esso burocratico, politico o che riguardi addirittura la gestione del mondo dell’arte. Il sentirsi calpestati, impotenti spinge al confronto, alla condivisione della propria umanità desiderando far sapere dell’esistenza di una propria vita interiore e scoprendo improvvisamente quanta ce ne sia in tutti coloro che sono costretti, ognuno a proprio modo, alla sopportazione di piccole o grandi sottomissioni da un “potere” distante, incapace di guardare la realtà profonda di coloro che crede di dover solo “gestire” e mai di capire.

Provare dentro di sé contemporaneamente la percezione di una ingiustizia e la frustrazione dell’impotenza, da un lato può generare una delusione sottomessa dall’altro può spingere ad una coscienza di partecipazione alla realtà degli altri, partendo dall’interiorità che ci accomuna. Questa è chiaramente la strada scelta da Vanessa Di Lodovico: dopo aver percepito il legame esistenziale con l’Altro e la compartecipazione con ogni sciocca umiliazione quotidiana dovuta all’insensibilità dei sistemi, può essere sufficiente o efficace limitarsi a raccontare o ad illustrare?

Una percezione profonda non può essere semplicemente raccontata: una qualsiasi narrazione illustrativa apparirebbe distante e un po’ pietistica: più netto e nitido, più forte e radicale, più efficace invece dare la possibilità che essa sia “vissuta”. E allora si trova la forza di alzarsi alle 5 del mattino con il freddo e lavorare per ore per disporre una linea di pupazzetti colorati; ci si spezza la schiena, ci si gela, si affrontano domande, derisioni, indifferenza, si ascoltano speranzosi i discorsi comprensivi, si discute, si risistema il lavoro, lo si smonta nella fatica, nell’indifferenza e poi, ci si saluta.

Si affrontano queste fatiche assurde per una ragione contraria al “pietismo” che è solo narrazione e/o esagerazione retorica e moraleggiante per le difficoltà degli altri.  Si fa tutto questo perché si condividono profondamente le condizioni approssimative di senso e di possibilità che umanamente viviamo. La capacità di condividere è legata a ben altra idea di pietas che va intesa nella logica che la cultura latina dava al termine. La pietas include la comprensione delle cose, la “devozione” (intesa come rispetto verso il bene ricevuto), il senso del dovere, della giustizia nelle relazioni umane e familiari, la lealtà, la responsabilità. La pietas incarnava l'insieme dei doveri etici e morali di un individuo nella società e nel contesto in cui viveva e per questo motivo, a Roma essa venne elevata a divinità.

Pietas esprime un senso di condivisione, coscienza e partecipazione profondo ed è per questo che trovo questo termine molto coerente al lavoro che Vanessa Di Lodovico ha messo in campo. Anche se l’azione può sembrare cosa piccola rispetto alla complessità dei problemi umani esistenziali e sociali (e certamente non li risolve), dal momento che essa nasce dalla capacità umana di occuparsi della condizione degli altri come della propria, essa “costruisce”, propone una possibilità, avvia e ipotizza una strada, una consapevolezza della necessità e della responsabilità di reagire all’indifferenza. Quale indifferenza? Quella delle istituzioni, che disumanizzano coloro che dovrebbero invece servire, quella dell’individualismo autoreferenziale verso la vita dell’altro, verso le tensioni interiori che non si sanno più percepire; l’indifferenza subita da tutti coloro che fanno fatica ad essere riconosciuti nella propria identità e dignità. 

Ma per Vanessa Di Lodovico c’è forse una origine a questa sensibilità e a questa partecipazione: gli artisti, i creativi desidererebbero solo poter essere se stessi ma si scontrano con l’indifferenza del burocrate della cultura, con gli intrecci di relazioni interessate, con chi, dimenticando la dimensione umana, cerca di imporre alla creatività, regole e comportamenti utilitaristici per costringerla al becero potere e alla devozione al mercato. E questa, per una persona che vive cercando di dare senso e visibilità a cose profonde e urgenti che sorgono nella propria interiorità, è davvero una umiliazione lacerante. Come dicevano i maestri Zen Ishin-denshin da “cuore a cuore”: dopo quello che si è provato, non lo si può non riconoscerlo e capirlo anche negli altri e questa condizione ci chiede di agire e reagire evidenziando almeno la verità di ciò che siamo.

Antonio Zimarino

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Ultimo aggiornamento: 23/12/2025, 13:46