Ida La Rana / Critica

15 Dicembre 2023 Redazione A&S 54

NELLA FOTO: LARANA CRITICA.

NOTA CRITICA #1
(di Gianpasquale Greco)

“Ida La Rana ha il sublime dono di unire il miniaturismo quasi da fumetto o da codice antico con il lirismo e la distribuzione spaziale della composizione pittorica su grande scala. Entro il perimetro dentellato di un francobollo si svolge un'azione di tipo simbolico. Due isolati cittadini popolani, che si ammonticchiano in due palazzotti, fanno da riparo ad una donna che protegge sua figlia in uno scialle, addossandosi al muro della palazzina di destra, ma entrando in scena da sinistra, quasi come per un filamento fantasmagorico. Per contrasto, entrando da destra, donna Matilde Serao fuoriesce dal balcone, dove una rossa testa di San Gennaro sembra spuntare da un arcobaleno monocromo, e si dirige verso sinistra attaccando un filo di panni stesi ad asciugare. Lo sguardo della scrittrice è tutto per la povera donna, e, cosi come nel suo gesto, s'intuisce la complementarietà d'animo e l'empatia napoletana, pur avendo condizioni diverse. Donna Matilde sembra stia per scendere a soccorrere la donna. Essa è forse la maternità, il Ventre di Napoli distrutto per far posto al moderno, senza alcun riguardo, pur lasciando in sfondo un serenissimo Vesuvio che dondola sul mare. Ida la Rana realizza una poesia in pittura, di una forza morale meravigliosa e di altrettanta finezza esecutiva, capace di infondere un'infinita tenera tristezza che, mentre commuove, accende tutti i lumi della Storia e della ragione.”

(Testo per l’opera pittorica “Il Ventre di Napoli”, Napoli 2019)


NOTA CRITICA #2
(di Gianpasquale Greco)

“L'opera dell'artista è una vetta dell'illustrazione fiabesca. Protagonista del dipinto è la malinconica principessa Zoza, segnata dalla maledizione che l'ha colpita. Il suo vestito, intimamente legato al prominente Golfo di Napoli, diviene una sorta di quinta da cui si affacciano edifici fantastici della città, dando un senso di profondità alla città, in relazione al Vesuvio, nonostante la prominenza della sagoma. Ma il manto diviene anche terreno da cui sorgono fantasmagorici alberi e tentacoli che, se dal basso si attorcigliano lungo le case, in alto sorreggono una noce, una castagna ed una nocciola, appunto i doni che nel "cunto" riceve la principessa. II linguaggio estetico fiabesco è per contrasto estremamente ricercato e decorativo con una finezza ammirevole nei particolari. La scelta cromatica e il generale senso dell'incanto dell'elaborato ben lo consegnano alle atmosfere trasognanti dell'opera di Basile. Il risultato è un dipinto che va ben oltre l'illustrazione al servizio della fiaba, per farsi opera d'arte a sé stante.”

(Testo per l’opera editoriale e pittorica “Lo cunto di Zoza”, Napoli 2018)


NOTA CRITICA #3
(di Gianpasquale Greco)

“Tra surrealismo, naïf e decorativismo puro, l'artista realizza una cartolina napoletana, dai toni d'acquerello e dalle atmosfere fiabesche, con un fresco senso di movimento ed una vivacità figurativa notevoli. In un cielo rosseggiante, abitato da evanescenti panni stesi, eletti a costante del repertorio napoletano, quasi a cornice stessa del cielo, si staglia il profilo semplificato del Vesuvio, le cui lingue di fuoco divengono la chioma di una grande (probabile) allegoria femminile di Napoli, sorta di generosa matrona dal lungo occhio orientale, che reca in sé abbondanza, preziosi, ricche vesti e che indica il fondale. In un mare colorato, da cui si stagliano molluschi che divengono colonne, sembra navigare tutta la vita che circonda Napoli, restituendo oggetti antichi, proposti come l'idea di un tesoro nascosto pronto sempre a riemergere, inesauribilmente. Leggendo il tutto come allegoria, si potrebbe intuire la congiunzione tra l'elemento della terra e del fuoco (il Vesuvio) a quello del mare, in perfetta comunione con il cielo, abitato da quegli stessi prodotti del mare, che divengono simbolo di antichità, come l'antichità stessa di pietra. Una combinazione armonica ma elaboratissima, dal gusto fumettistico e illustrativo.”

(Testo per l’opera pittorica “La strega del Vesuvio”, Napoli 2017)


NOTA CRITICA #4
(di Francesco Paolo Oreste)

“E' in un cielo non necessariamente oscurato dalle tenebre che la nostra artista riesce ad intravedere la brillantezza delle stelle, i bagliori infiniti che provengono da un ancestrale mondo surreale quanto onirico. Così l'irrazionalità si fa logica emotiva, l'impulso prende segno, forma e colore per narrare, per condividere con lo spettatore. Le sue figure sembrano raggiungere il trascendentale per poi ritornare in terra: volteggiano, si soffermano, entrano in luoghi già appartenuti e per questo ricchi di tracce della propria memoria e dell'altrui, hanno un'intensa forza evocativa e, con la loro liricità, riescono a trasmettere la fragilità dell'animo umano, quella che si affida alla natura divina delle cose. La narrazione illustrata offerta da Ida La Rana, autrice ed illustratrice, è frutto di una costante ed ininterrotta ricerca artistica che la induce a rendere cromaticamente fluida la sua sensibilità, tale da poter tradurre in immagine l'emozione, e la parola nel suo consolidamento, per impregnare la memoria di chi le volge lo sguardo. Ed è cosi che con lei riusciamo ad identificare anche noi una stella a mezzodi.”

(Testo per la personale pittorica e di illustrazioni “Stelle a mezzodì”, Pompei 2016)


NOTA CRITICA #5
(di Lucia Scoppa)

“Una storia narrata attraverso versi ed immagini che immerge in un mondo fantastico, il mondo dei colori dell'abisso dei mari. È la storia di Oplonia alla ricerca della felicità: la sirena, negli abissi del subconscio cerca l'amore, l'amore vero che rasenta l'utopia. La delicatezza delle immagini e l'originalità del disegno insieme alla musicalità dei versi rendono l'opera nel suo complesso poetica in senso vasto, esaltando la mistione dei generi che risulta equilibrata e coesa. Il sicuro riferimento autobiografico nella scelta del nome della sirena, Oplonia dal luogo di nascita dell'artista, l'antica Oplontis, lascia immaginare l'importanza del legame con le proprie radici di Ida La Rana e la conseguente somiglianza dell'autrice con il suo personaggio.

(Testo per l’opera editoriale e pittorica “Oplonia”, Napoli 2016)


NOTA CRITICA #6
(di Angelo Calabrese)

“Una passione acculturata esprime tensioni di modelli assimilati. Ida La Rana, Torre Annunziata, mostra il suo spirito ironico, caustico, arguto, specie quando si esprime cogliendo scene naturali, quando commossa cerca il moto. il colore, l'onda organica che lascia il senso di una forte impressione-espressione, con sapore di spazio e respiro di mare. E' interessante come questa giovanissima sappia giocare con l'autoironia e dire col sorriso la sua visione sofferente del pregiudizio e della grettezza. La sua è una scelta di gusto e di sensibilità difficile, perché richiede oltre alla disposizione all'arte, un sostrato culturale ed una attiva visione del mondo.”

(Testo per l’opera “Il sacrificio del topo” - “Arte Giovani”, Nola 1988)