A Londra, una mostra per celebrare i 50 anni del "punk al femminile"

29 Ottobre 2026 Redazione A&S 18

NELLA FOTO: UP YOURS GOD SAVE THE QUEENS UNA MOSTRA CHE CELEBRA I 50 ANNI DEL PUNK AL FEMMINILE.

"Up Yours! God Save The Queens": una nuova mostra a Londra che celebra le protagoniste femminili della sottocultura punk rock,

Il 22 Ottobre scorso è stata inaugurata presso il Museum of Youth Culture a Camden Town (Londra) la mostra "Up Yours! God Save The Queens", un'esposizione multidisciplinare che celebra i cinquant'anni di punk al femminile. La location scelta per questa mostra non è casuale: il Museum of Youth Culture di Camden Town è il primo museo al mondo dedicato interamente alla storia degli adolescenti e dei giovani.

Curata da Lauren Estelle Jones, Celeste Bell e Vivien Goldman, la mostra "Up Yours! God Save The Queens" raccoglie materiale d'archivio raro, fotografie inedite ed opere di arte contemporanea. Lo scopo della mostra è mettere in primo piano le donne che hanno contribuito a plasmare la sottocultura punk, dimostrando che questo genere non può essere solo ricondotto ai Ramones ed ai Sex Pistols.

Come molti di voi sapranno, il punk rock ha avuto inizio a New York nel 1976, quando quattro ragazzi della contea del Queens (New York) si riunirono sotto il nome Ramones e pubblicarono il loro primo album omonimo, regalando così al mondo il primo inno punk per antonomasia: Blitzkrieg Bop. Per molti, l'anno di pubblicazione di questo album viene considerato l'anno zero del punk. Tuttavia, Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy non sono spuntati dal nulla: gruppi come Stooges, New York Dolls e Velvet Underground sono considerati i precursori del genere – musicisti che erano punk ante litteram, avendo rifiutato il rock commerciale ben prima che il movimento punk avesse un nome.

Il termine "punk" – che indica sia un genere musicale che un importante fenomeno culturale, capace di dar vita a una sottocultura sovversiva fatta di ribellione e spirito anti-establishment, espressi attraverso musica, moda e prese di posizione sociopolitiche – richiama solitamente alcuni nomi ben precisi: i summenzionati Ramones, Dead Kennedys, Sex Pistols, The Clash, Gang of Four, The Damned, Bad Brains, Buzzcocks, Misfits, Black Flag, The Cramps...

L'elenco potrebbe continuare e, certo, non si può negare che i ragazzi abbiano fatto un gran baccano. Eppure, è innegabile il valido apporto di artiste impavide come Patricia Lee Smith (Patti Smith Group), Susan Janet Ballion (Siouxsie and the Banshees), Catharina Hagen (Nina Hagen), Marianne Joan Elliott-Said (Poly Styrene degli X-Ray Spex), Viv Albertine, Debbie Harry, Lydia Lunch e Poison Ivy hanno dato forma al movimento punk negli anni Settanta, diventando la forza trainante di un genere che, a tutti gli effetti, è stato una rivoluzione.

Queste artiste hanno infranto le convenzioni, superando limiti e demolito le aspettative che venivano loro imposte: ed è questo che la mostra vuole mettere in evidenza, dato che musiciste punk sono spesso sfuggite all'attenzione di alcuni (ma non tutti) gli appassionati di musica. Queste artiste sono state delle pioniere che hanno spianato la strada a tutte le musiciste e le band al femminile venute dopo di loro: dalle Bikini Kill, Hole, L7 e PJ Harvey, fino a Le Tigre, Sleater-Kinney, Yeah Yeah Yeahs e Amyl and the Sniffers.

L'album di debutto di Patti Smith ha ridefinito la scena punk di New York ancor prima che questa avesse un nome. Frequente ospite del leggendario locale CBGB di Manhattan, Smith – che sognava di diventare poetessa – è entrata in contatto con il vivace mondo della letteratura, dell'arte e della musica underground della città. "Horses" l'ha consacrata come la "madrina del punk"; si tratta di una dichiarazione di libertà artistica eclettica e autorevole, che fonde il lirismo della Beat Generation con l'irruente passione rock e l'estetica minimalista del punk, all'epoca ancora in fase di formazione. Brani come "Free Money" e "Break It Up" sono dei classici, così come la sua rielaborazione radicale di "Gloria" dei Them. C'è poi "Land", un capolavoro di nove minuti che ha dimostrato come Patti Smith non si sia limitata a contribuire alla nascita del movimento punk, ma abbia saputo ritagliare uno spazio inedito per le artiste di tutto il mondo. (Per inciso: quando deciderà la Fondazione Nobel di conferirle il premio Nobel per la letteratura?)

Anche Debbie Harry era una presenza fissa al CBGB, al fianco di Patti Smith, e ha contribuito a plasmare la scena newyorkese. Il suo iconico look biondo platino è diventato parte integrante del linguaggio visivo del punk; e sebbene i Blondie si siano orientati maggiormente verso la new wave e sensibilità pop – ottenendo un notevole successo commerciale, in particolare con il classico del 1978 "Parallel Lines" – il loro album d'esordio possedeva quell'inconfondibile energia "fai-da-te" tipica del punk. Aprendosi con "X Offender" (originariamente intitolata "Sex Offender", ma rinominata perché le stazioni radio si rifiutavano di trasmettere un brano dal titolo così provocatorio), l'album si rivela un gioiello audace e trascinante, capace di traghettare il pop dagli anni '60 agli anni '70 con un piglio graffiante e ribelle.

Per maggiori informazioni: https://www.museumofyouthculture.com/god-save-the-queens/

Ivan Guidone